Le padelle già ce le ho

Le padelle già ce le ho
Le padelle già ce le ho 5 1 Anonymous

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Sapere di avere già delle pentole, di ottima qualità, che riempiranno i mobili della mia futura cucina mi rende paga di un senso di concretezza intangibile ed indefinita. Un pensiero in meno per quando avrò una casa. Le padelle sono il simbolo della colonizzazione di un territorio che ancora non c’è ma che ci sarà. É come se, fatte le padelle, occorra dargli un ricovero. Sì è vero, avrebbero potuto albergare nel mobile della cucina di mia madre che ha preferito però dar loro una sistemazione temporanea, riponendole in cima ad un grosso armadio, dove alloggiano relitti ad un passo dalla rottamazione o disintegrazione totale; le padelle ancora incelofanate e impacchettate, invece, sono in attesa di tutt’altro avvenire; l’alto ripiano dell’armadio è la zona di transito prima di ascendere al pensile, vecchio o nuovo che sia, dove sosteranno mentre il buio, la penombra e la luce si alterneranno.

Le padelle sono la prova  dell’esistenza di uno spazio inesistente, lo stimolo a realizzarlo, la prima pietra del tempio che segnerà la conquista della terra promessa. Un giorno avverrà una migrazione, ecco che ha avuto inizio la scelta e l’imballaggio di ciò che sarà necessario portare. Non è più solo un’immagine dal futuro sfumata e confusa, intravedo finalmente uno scorcio della mia casa, forse rubato al passato, ma lo vedo. L’immaginazione ha cominciato a cedere il passo alla realtà; se i mobili, la stanza, la casa, sono ancora tutti da fare, le padelle ci sono, lucenti,intatte e piene di aspettative.

Le padelle sono il primo pezzo del corredo: il ripiano del grande armadio prende il posto della cassa dove lenzuola, asciugamani, tovaglie sono riposti nell’attesa di essere un giorno spiegate e distese sulle varie superfici domestiche.  Mia madre non ci pensa nemmeno più a preparare il mio corredo, avendo ormai perso ogni speranza che un giorno mi sposerò; e così, per impedire che set da bagno e camera da letto, coperte e pentole acquistate dieci anni prima in una promozione televisiva, si logorassero nella loro eterna verginità, con una scusa o con un’altra, li ha passati a mia sorella che di sicuro li avrebbe esplorati.

Sinceramente, non rimpiango il mio corredo ormai andato, mi ha sempre messo un po’ a disagio l’idea che della roba, a me totalmente sconosciuta, un giorno me la sarei ritrovata nella mia casa, è come convivere con degli sconosciuti. Lo avrei apprezzato maggiormente se fossi stata resa partecipe nella scelta e selezione degli elementi che lo compongono, e mi sarei ancora di più entusiasmata se la sua esistenza non dipendesse da quella di un futuro matrimonio. Insomma, il termine corredo, nonostante suoni gravido di un passato incefalonato che sa di naftalina, potrebbe fare proseliti se rappresentasse il primo passo verso la costruzione della propria indipendenza, a prescindere dall’evolversi dello stato civile.

Le padelle rientrano in quello spazio fantastico in cui mi muovevo quando ero una bambina e giocavo con le pentoline; rappresentano l’illusione  del possesso di uno spazio tutto tuo. All’epoca bastava occupare un angolino della vecchia baracca con un piano cottura disegnato su un cartone per credere di avere una casa propria, dove esercitare un controllo esclusivo; oggi, basta ancora meno: basta possedere delle padelle di altissima qualità e una fantasia irrequieta, bramosa di realtà, spicca il volo.

Credo che l’irrequietezza non si placherà entro breve, alla fantasia toccherà ancora lavorare e tanto prima di cedere definitivamente il passo alla realtà funestata da mostri come disoccupazione, deflazione, che rendono sempre più complicato il passaggio. Intanto le padelle ci sono!

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