R o d e i a ….. ricett & leggett http://rodeia.cucinare.meglio.it Wed, 25 May 2016 14:35:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.2 Osso di maiale e mani di lebbroso, un’architettura del dolore http://rodeia.cucinare.meglio.it/osso-di-maiale-e-mani-di-lebbroso-unarchitettura-del-dolore/ http://rodeia.cucinare.meglio.it/osso-di-maiale-e-mani-di-lebbroso-unarchitettura-del-dolore/#respond Sun, 28 Jun 2015 16:48:42 +0000 http://rodeia.cucinare.meglio.it/?p=1841 Mostafa MasturDal balcone del suo appartamento, nel grattacielo Khavaran, Daniel osserva un’umanità in subbuglio; Daniel non vede bene (oltre a numerose altre menomazioni), indossa occhiali con spesse lenti, ma riesce comunque ad abbracciare in un unico grande sguardo l’indistinta fiumana di gente e macchine che sfila alle pendici del mastodontico grattacielo di Teheran, la città irreale. […]

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Mostafa Mastur

Mostafa Mastur

Dal balcone del suo appartamento, nel grattacielo Khavaran, Daniel osserva un’umanità in subbuglio; Daniel non vede bene (oltre a numerose altre menomazioni), indossa occhiali con spesse lenti, ma riesce comunque ad abbracciare in un unico grande sguardo l’indistinta fiumana di gente e macchine che sfila alle pendici del mastodontico grattacielo di Teheran, la città irreale. I suoi occhi guardano in giù, in su, in dietro; oltrepassando i muri divisori, penetrano nelle vite degli altri inquilini ai quali spetta una condanna inappellabile: nonostante la loro a corsa a  vivere, la morte è l’unica certezza della loro esistenza che non ne riesce a fare a meno.

Non esiste un vero e proprio intreccio nel romanzo di Mostafa Mastur, Osso di maiale e mani di lebbroso (2005), storie e personaggi non si susseguono secondo un ordine logico-cronologico, ma sembrano messi li un po’ a casaccio, assolutamente permeante risulta la scelta di collocarli all’interno di un palazzo, quale visione d’insieme più efficace? Dietro, però, l’apparente accidentalità di quella disposizione, c’è una serie di analogie che rende le diverse storie funzionali alla costruzione di quel senso di morte che passa per il fallimento dei rapporti, l’incomunicabilità, l’eterno conflitto con la vita, la violenza, l’amore per il denaro, la mancanza di speranza e la sopraffazione del senso di disperazione. Il grattacielo di Khavaran, a quanto pare, sorge in una terra desolata che è la l’odierna Teheran; una terra gelida, non a caso il paesaggio circostante è ricoperto da un fitto manto nevoso e la sensazione di freddo è costante; nulla sboccia, tutto sembra sul punto di morire, anche ciò che è appena nato come l’amore tra la prostituta Susanna ed il poeta Kiya, che nell’innamoramento verso quest’ultimo vede una possibilità di vita e di allontanamento dalla morte; tutto è destinato ad appassire come l’amore tra Mohsen e Simir, seppellito da una un muro di silenzio inviolabile che nemmeno la prospettiva di una nuova vita può scalfire; i sentimenti rimangono inascoltati, sepolti sotto la paura di rivelarsi all’altro: Hamed non dirà né alla sua ragazza che vive lontana, né alla donna di cui si è infatuato cosa prova. Un senso di irrisolto, di attesa di trasformazione in qualcosa d’altro che segni una rinascita, una rigenerazione, tiene in sospeso il romanzo. Analogamente,  a livello espressivo, frequenti sono i cambi di registro che segnano il passaggio da un  tono che può essere definito “lirico”o “elegiaco”ad un altro più basso, creando lo spazio affinché s’insinui quella ironia che puntualmente smentisce i personaggi nelle loro intenzioni più nobili, nel loro tentativo di elevarsi dalla realtà fredda e grottesca in cui sembrano essere intrappolati: la poetica dichiarazione d’amore del poeta per Susan è avvilita dal sottofondo di un jingle pubblicitario per saponi, così come il tenero entusiasmo di Hamed per la lettera ricevuta da Mahnaz è ridimensionato dalla voce di uno speaker che commenta un documentario sulle megattere. Questo contrasto tra registri, così come il contrappunto tra generi letterari differenti come appunto quello poetico e d il pubblicitario, o l’epistolare e di nuovo il pubblicitario, insieme al tema della morte senza rigenerazione, evocano un’altra terra desolata, nel cui spazio intertestuale si è forgiato quel metodo mitico che ha sdoganato il testo poetico tradizionale, o la tradizionale modalità narrativa, per un’architettura fatta di relazioni e corrispondenze che mettono in comunicazione presente e passato, realtà e mito, testi tra loro i più disparati in un rincorrersi di citazioni, alcune volte rovesciate del loro senso, altre prese alla lettera, al cui apice c’è tutto il disorientamento dell’individuo rispetto ad un presente negativo: LA TERRA DESOLATA di T.S.Eliot. Quell’architettura, sebbene in un contesto che non è più quello poetico, l’adotta anche Mostafa Mastur che nella scelta del titolo riprende una frase da un discorso dell’Imam Ali ben Abi Taleb che paragona la pochezza del mondo, la sua miseria spirituale alla povertà, quella fisica, rappresentata dalle ossa spolpate di un maiale nelle mani di un lebbroso che probabilmente non ce le ha. Daniel, nel finale del romanzo, conferma tutto il suo pessimismo sul destino dell’uomo citando il poeta libanese Gibran Khalil Gibran che nella disperazione e nel dolore vede il punto più alto nonché conclusivo della vita. Per il Tiresia di Mostafa Mastur non esiste sollievo, nemmeno nella letteratura, dato che l’essenza delle parole è la sofferenza, il loro principio è la tribolazione in cui nascono e periscono provocando la disgregazione totale dell’individuo, che perduta l’ultima speranza di rinascita, in esse si lascia affogare e morire.

Ma sul buio sprigionato dalle parole cariche di sofferenza di Daniel un riverbero di luce arriva dall’ appartamento di Mofid che leggendo la posta, trova il messaggio di qualcuno che gli riaccende la speranza di salvare la vita di suo figlio, gravemente malato. Segue dopo sullo schermo l’universo con i suoi milioni di stelle e gli astronauti che fluttuano senza una direzione, forse bastava avere fede come gli aveva raccontato la moglie testimoniandogli della storia di una donna che ormai in fin di vita grazie alle sue preghiere sconfigge il male?  Bastava farsi cogliere da Dio?

Concludo con queste domande, senza arrogarmi il diritto di asserire per quale visione propenda l’autore, voglio fluttuare come gli astronauti nell’ universo, oscillare nell’ opposizione, senza doverla risolvere: «Riuscirò a mettere ordine nelle mie terre?»

Una cucina intertestuale

Abbiamo già dato uno sguardo, piuttosto superficiale, alla cucina iraniana in un post di qualche anno fa. Con questo articolo sul romanzo dello scrittore iraniano Mostafa Mastur, entriamo nel vivo della tradizione culinaria iraniana. Nel libro non ci sono molti riferimenti al cibo, quindi abbiamo fatto ricorso ad una fonte esterna, il libro di Sabrina Ghayour, Persiana, il cui titolo è sufficiente a capire di che cosa tratta.

Quella iraniana è una cucina ricca di spezie, verdure, odori con un particolare occhio di riguardo al riso e alla carne d’agnello. Non mancano evocazioni di piatti a noi familiari come ad esempio la caponata siciliana a proposito della chermoula di melanzane, o lo spezzatino di agnello e piselli, molto diffuso dalle nostre parti, il cui corrispondente persiano è il khoresh-e-Gheymeh, uno dei più famosi stufati iraniani a base di agnello, lime essiccato e piselli spezzati, o ancora le crocchette di baccalà che, racconta Sabrina, si preparano con del pesce essiccato, il mahi doodi, che si trova in abbondanza in tutti gli alimentari iraniani soprattutto nel periodo del Capodanno, proprio come il baccalà che si vede esposto, nel periodo natalizio, in tutti i minimarket, supermarket, mercati rionali o di paese della nostra regione, per preparare la cosiddetta insalata di rinforzo o le frittelle di baccalà. In effetti questo piatto richiama varie tradizioni culinarie, tra cui quelle portoghese e spagnola. Oppure la frittata alle erbe, kuku Sabzi, che mi ha riportato alla memoria l’omelette au broccio della cucina provenzale preparata con le erbe protagoniste della tradizione culinaria del Sud della Francia e potremmo andare avanti ancora per molto, il punto è che anche sulla pagina di una ricetta si crea uno spazio intertestuale pieno di rimandi di ieri ed di oggi, di luoghi lontani, di ingredienti esotici, tutto si sovrappone, spazzando via confini temporali e spaziali, in un’unica grande compresenza e convivenza!

I piatti che Marianna ha scelto sono il Maast O Khiar, ovvero lo yogurt con il cetriolo, un piatto che in Iran serve a rinfrescare le giornate durante le torride estati, è considerato al pari di una zuppa, quindi può essere ritenuto il corrispettivo persiano del gazpacho spagnolo; il Batinjan al Rabib ossia l’insalata di melanzane affumicate è un piatto molto semplice che richiama fortemente il patlican turco; le Kotlet sono le polpette speziate di manzo e patate, un classico delle feste di famiglia persiane, in particolare il capodanno che cade nell’equinozio di primavera; Joojeh Kabab, pollo con zafferano e limone, uno dei più famosi piatti iraniani di pollo, servito con tortillas o riso basmati e con un po’ di insalata di yogurt; l’insalata shirazi che prende il nome dalla città di Shiraz, è il contorno più comune in Iran, molto simile all’insalata indiana kachumber, e alle insalate afghana e israeliana; il Mojardara, riso con lenticchie e cipolle croccanti, è diffuso in diversioni versioni in molti paese arabi, la variante iraniana prevede un’abbondante presenza di lenticchie, uvetta e datteri; ed infine il dolce, la baklava, le cui origini non sono ben documentate ed ogni paese ha la sua versione, i greci usano le noci, gli arabi gli anacardi, i turchi prevalentemente i pistacchi e le nocciole, i persiani le mandorle ed i pistacchi; va servito rigorosamente accompagnato da una tazza di tè nero.

A noi questa cucina è piaciuta davvero moltissimo, per la sua semplicità e perché contiene ingredienti di cui siamo ghiotte, quindi provatela, ASSOLUTAMENTE!

Maast O Khiar

Maast O Khiar

Maast O Khiar

Ingredienti

– 1 cetriolo

– 1 cucchiaio di menta secca ( va bene anche fresca)

– 1 cucchiaio di uvetta bionda

– 250 gr di yogurt greco

– sale e pepe nero

– olio d’oliva

– noci tritate

– foglie di menta

Procedimento

Lavare il cetriolo e grattugiarlo, strizzare la polpa e trasferirla in un’insalatiera. Aggiungere la menta e l’uvetta, mescolare. Aggiustare di sale e pepe. Coprire con una pellicola e riporre in frigo fino al momento di servire. Al momento condire con olio, noci tritate e le foglie di menta.

Batinjan al Rabib

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Batinjan al Rabib

Ingredienti

– 4 melanzane grandi

– mezzo peperone rosso e mezzo verde

– 4 cucchiai di olio d’oliva

– 2 spicchi d’aglio

– il succo di un limone e mezzo

– sale e pepe

– prezzemolo tritato

Procedimento

Abbrustolire le melanzane mettendole in una teglia con carta da forno e infornare a 220° per 35/40 minuti. Lasciare raffreddare. Raccogliere la polpa, scolare il liquido in eccesso e tritare grossolanamente. Trasferire il tutto in una ciotola insieme ai peperoni tagliati a dadini. In una ciotola a parte versare l’olio, aggiungere l’aglio precedentemente schiacciato, il succo di limone, sale e pepe. Amalgamare bene il tutto e versare il condimento sulle melanzane, aggiungere il prezzemolo e mescolare il tutto.

Kotlet

Kotlet

Kotlet

Ingredienti

– 500 gr di manzo ( va bene anche un altro tipo di carne)

– 400 gr di patate bollite e schiacciate

– 2 uova

– prezzemolo

– 2 cucchiai di aglio in polvere

– 2 cucchiai di cumino macinato

– 1 cucchiaio di curcuma

– 1/2 cucchiaio di cannella in polvere

– sale e pepe

– olio per friggere

– pangrattato

Procedimento

In una ciotola inserire tutti gli ingredienti e mescolare con cura. Una volta pronto cominciare a fare le polpette prendendo una quantità d’impasto della grandezza di una pallina da golf, rotolarla tra i palmi e appiattirla. Passare le polpette nel pangrattato e friggerle.

Joojeh Kebab

Joojeh Kebab

Joojeh Kebab

Ingredienti

– 4 cipolle tagliate a mezza luna sottile

– succo di 5 limoni

– 4 cucchiai di olio d’oliva

– 1 cucchiaino di curcuma

– 400 gr di yogurt greco

– 6 petti di pollo

– zafferano

– acqua calda

– sale

Procedimento

In una ciotola mettere le cipolle, il succo di limone, l’olio d’oliva, la curcuma, lo yogurt e il sale, mescolare bene. Sciogliere lo zafferano in acqua bollente lasciandolo in infusione per 5 min. Unire il pollo, l’acqua e lo zafferano agli ingredienti nella ciotola e mescolare cercando di coprire bene il pollo con gli ingredienti. Coprire con la carta pellicola e lasciare marinare in frigo per tutta la notte. Foderare di carta da forno una teglia capiente. Preriscaldato il forno, disporre il pollo marinato nella teglia e infornare per 18/20 minuti e lasciare cuocere fino a quando non risulterà leggermente abbrustolito. Servire con tortillas o riso basmati e yogurt.

Insalata Shirazi

Insalata Shirazi

Insalata Shirazi

Ingredienti

– 1 cetriolo

– 6 pomodori

– 1 cipolla rossa

– olio d’oliva

– succo di un limone

– sale e pepe nero

Procedimento

Lavare e tagliare il cetriolo a dadini, fare lo stesso con i pomodori e inserire il tutto in una ciotola. Mondare la cipolla e tagliare anche quest’ultima a dadini e aggiungerla agli altri ingredienti. A questo punto condire l’insalata, amalgamare bene e riporre in frigo per 20 minuti.

Mojardara

Mojardara

Mojardara

 Ingredienti

– 400 ml di olio d’oliva

– 4 cipolle grandi

– 275 gr di lenticchie verdi

– 1 cucchiaio di semi di cumino

– 300 gr di riso basmati

– 1 cucchiaino di coriandolo macinato

– 2 cucchiaini di cannella in polvere

– 1 cucchiaino e 1/2 di curcuma

– 525 ml di acqua

– sale

Procedimento

In una padella capiente scaldare l’olio e friggere le cipolle finché sono ben rosolate e croccanti, trasferire in un piatto con carta assorbente. In un’altra pentola bollire l’acqua e far cuocere le lenticchie per c.ca 15 minuti. Scolarle e passarle sotto l’acqua fredda per arrestare la cottura. Nella stessa padella dove abbiamo fritto le cipolle, cambiare l’olio e mettere a rosolare i semi di cumino per un minuto e aggiungere il riso e le altre spezie compreso il sale (abbondante). Unire anche le lenticchie e l’uvetta. Mescolare bene, coprire con il coperchio, abbassare la fiamma e cuocere per 20 minuti. Passati i 20 minuti spostare  la pentola dal fuoco e lasciare riposare per 10 minuti. Sgranare il riso con una forchetta e incorporare una parte delle cipolle, trasferire in un piatto di portata e guarnire con la restante parte delle cipolle.

Baklava

Baklava

Baklava

Ingredienti

-300 gr di farina di mandorle
-50gr di mandorle in scaglie
-50gr di pistacchi spellate
-100gr di zucchero semolato
-la scorza grattugiata di un lime e di un arancia
-un pizzico di cannella in polvere
-150gr di burro fuso
-2 confezioni di pasta fillo
PER LO SCIROPPO:
-200 ml di acqua
-1 cucchiaio di succo di limone
-300 gr di zucchero semolato

Procedimento

In una ciotola inserire la farina di mandorle, i pistacchi, lo zucchero,la scorza d’arancia e lime e la cannella. Amalgamare bene tutto e tenere da parte. Scaldare il forno a 180°(160 se ventilato).
Ungere con una parte del burro fuso una teglia di 25/30 cm, coprire la base con 6 fogli di pasta fillo, lasciando fuoriuscire un po’ per ripiegare poi sulla farcitura. Spennellare  la base di pasta con abbondante burro fuso, aggiungere il composto schiacciando leggermente. Prendere 5 dei fogli rimasti per coprire accuratamente e uniformemente la farcitura, quindi ripiegare i bordi. Infine aggiungere l’ultimo foglio di pasta fillo per sigillare spennellando con abbondante burro fuso. Infine con un coltello ben affilato praticare delle incisioni in diagonale sugli strati superiori e infornare per 25/30 minuti finché risulta dorata. Nel frattempo prepariamo lo sciroppo mettendo l’acqua e il succo di limone su fuoco medio-basso e sciogliere lo zucchero, mescolare ogni tanto fino a quando non risulta addensarsi come uno sciroppo per 25/30 minuti c.ca. Sfornare la baklava e irrorate subito con lo sciroppo lasciandolo scorrere nelle incisioni. Far raffreddare nella teglia prima di tagliarla.

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Plumcake leggero http://rodeia.cucinare.meglio.it/plumcake-leggero/ http://rodeia.cucinare.meglio.it/plumcake-leggero/#respond Thu, 21 May 2015 08:55:20 +0000 http://rodeia.cucinare.meglio.it/?p=1836 Plumcake leggero  Ingredienti -250gr di acqua a temperatura ambiente -150gr di zucchero di canna -240gr di farina integrale o tipo 0 oppure metà e metà -50gr di olio di semi -una bustina di pane degli angeli e di vanillina -qualche scaglia di cioccolato, zucchero a velo. Procedimento Lavorare dapprima acqua e zucchero, incorporare gradualmente la farina […]

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Plumcake leggero

Plumcake leggero

Ingredienti

-250gr di acqua a temperatura ambiente
-150gr di zucchero di canna
-240gr di farina integrale o tipo 0 oppure metà e metà
-50gr di olio di semi
-una bustina di pane degli angeli e di vanillina
-qualche scaglia di cioccolato, zucchero a velo.

Procedimento

Lavorare dapprima acqua e zucchero, incorporare gradualmente la farina con il lievito e la vanillina ed infine aggiungere l’olio.
Amalgamare bene il tutto e trasferire in uno stampo per plumcake o ciambella.
Guarnire con le scaglie di cioccolato e infornare a 180°per 30′ c.ca in forno ventilato.
Spolverizzare con zucchero a velo prima di servire.

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Il bianco e il nero: racconto di un’ordinaria umanità http://rodeia.cucinare.meglio.it/il-bianco-e-il-nero-racconto-di-unordinaria-umanita/ http://rodeia.cucinare.meglio.it/il-bianco-e-il-nero-racconto-di-unordinaria-umanita/#respond Mon, 04 May 2015 11:57:20 +0000 http://rodeia.cucinare.meglio.it/?p=1831 Sergio Oricci-Bianco shocking     C’è qualcosa che accomuna il racconto di Joseph Conrad, Il negro del Narciso (1897) e Bianco shocking di Sergio Oricci, a parte i rispettivi titoli che nei due colori individuano l’elemento di diversità, o meglio di straordinarietà. Chiariamo subito che non si tratta dello stile, né della scrittura, nulla a che vedere con […]

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Sergio Oricci-Bianco shocking

Sergio Oricci-Bianco shocking

 

C’è qualcosa che accomuna il racconto di Joseph Conrad, Il negro del Narciso (1897) e Bianco shocking di Sergio Oricci, a parte i rispettivi titoli che nei due colori individuano l’elemento di diversità, o meglio di straordinarietà. Chiariamo subito che non si tratta dello stile, né della scrittura, nulla a che vedere con la forma data la difficoltà a raggiungere o equiparare il livello di Conrad, il cui linguaggio sebbene talvolta risulti piuttosto complesso per l’elevata specificità tecnica, è una fucina inesauribile, per tutta la durata del racconto, di immagini vivide, che sprigionano il senso di immensità e di solitudine della vita in mare aperto, lontana dalla terraferma e più prossima all’ irraggiungibile orizzonte. Un aggrovigliarsi di immagini, in cui quella della nave mercantile che solca il mare in un deserto silenzioso e sospeso nel tempo, diventa un’unica grande metafora che racconta la solitudine dell’uomo, anzi la racchiude in sé, in una simbiosi che potremmo definire panteistica.

Solitudine dell’uomo dentro e fuori un contesto di socialità, ma non solo, solitudine del gruppo rispetto al resto del mondo, all’interno di una realtà fisica ben definita; nel caso del Negro del Narciso lo spazio dentro cui si concentra la solitudine che si fonde, fino a diventare un tutt’uno, col desolato paesaggio esterno, è rappresentato dalla nave, unico ambiente vitale; il racconto di Sergio Oricci si apre con il protagonista, Pietro, alle prese con la ricerca di coinquilini con cui condividere spazio e spese del suo appartamento che diverrà l’abitazione di un’umanità atipica con tratti fisici, abitudini, stili di vita, del tutto fuori dalla norma, in cui è forte il senso di distacco rispetto al mondo esterno, in uno scollamento spazio-temporale che sembra creare una dimensione a sé stante, emersa da non si sa dove. Lo stesso vale per la nave inglese di ritorno dall’India, ogni riferimento storico si perde man mano la nave si addentra nell’infinita e desolata distesa oceanica lasciando emergere un’umanità con regole di sopravvivenza e convivenza  proprie.

I coinquilini che sceglie Pietro presentano tutti delle peculiarità fisiche che potremmo definire sovraumane; Anna è completamente bianca, riflesso lattiginoso di una scodella di latte piena di cereali a forma di lettere da cui non si stacca mai e che rappresenta la sua sola fonte di nutrizione; poi è la volta di Giorgio e Marta, coppia piuttosto stravagante dato che lei ogni giorno dipinge un volto diverso sul viso del suo ragazzo senza faccia. Insieme formeranno una compagnia di fenomeni da baraccone che mette su un freak show dove ognuno farà mostra delle proprie mostruosità fino a quando un episodio non porterà alla luce le crepe esistenti all’interno del gruppo che non perdonerà a Pietro la sua codardia e lo allontanerà fino ad abbandonarlo definitivamente, gettando il ragazzo nella più profonda disperazione avendo individuato nel trio di deformità una possibilità di socializzazione, amicizia, perché no famiglia.

Pietro che un tempo era solo, torna ad esserlo, forse lo è sempre stato. L’equipaggio del Narciso è composto da uomini che pur non presentando particolari stranezze fisiche, l’esistenza isolata, fatta di duro lavoro, stenti, freddo, pioggia, caldo asfissiante, lontana dalla terra ferma, ha comunque reso diversi esacerbando tratti che potrebbero non risultare più normali agli occhi di un “terrestre” . Un’umanità che  vive un rapporto contrastante con l’elemento debole, James White, che per uno strano scherzo del destino, di bianco non ha proprio nulla, essendo un negro e per di più malato di tubercolosi. I membri dell’equipaggio hanno nei suoi confronti un atteggiamento combattuto, divisi tra la il desiderio di aiutarlo ed il disprezzo unito alla diffidenza dovuti ai dubbi che nutrono sulla veridicità delle sue condizioni di salute. In entrambi i casi, un’umanità atipica che credeva di essere esente dai limiti ed i vizi della coeva società,  rivela tutto il suo conformismo alla comunità dominante. L’occasione è sempre il diverso, l’elemento dissonante del gruppo. James White rompe l’equilibrio della ciurma marinaresca, facendo emergere lati delle personalità di ciascuno che ognuno, reciprocamente, credeva inesistenti; come il vecchio Singleton la cui saggezza da vecchio lupo di mare ben presto viene sostituita dall’ indifferenza rispetto all’ambiente circostante; ma tutti dovranno fare i conti con i propri limiti quando si tratterà di prestare soccorso e svolgere il lavoro di un malato terminale. Allo stesso modo, il gruppo di coinquilini che non aveva giudicato Pietro per le sua ossessione a scaricare immagini di morti violente, si rivela non disposta a comprenderlo e perdonarlo per averli lasciati nelle mani della polizia. Non esiteranno ad emarginarlo e poi ad abbandonarlo. Il bianco di Oricci ed il nero di Conrad colorano e definiscono in maniera chiara e netta i tratti tipici di un’umanità che di atipico non ha proprio niente. Non c’è distanza che tenga.

 

 

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La dittatura di Pereira http://rodeia.cucinare.meglio.it/la-dittatura-di-pereira/ http://rodeia.cucinare.meglio.it/la-dittatura-di-pereira/#respond Wed, 22 Apr 2015 10:25:10 +0000 http://rodeia.cucinare.meglio.it/?p=1811 Antonio Tabucchi Prima del regime salazarista, della neonata dittatura di Francisco Franco nell’attigua Spagna, dei conclamati totalitarismi nelle vicinissime Italia e Germania, dell’afa spossante dell’estate del 1938 a Lisbona, ad opprimere Pereira è il suo io egemone che ha preso il comando nella confederazione di anime, così come definisce il Dr. Cardoso quel coacervo di “io” che […]

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Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi

Prima del regime salazarista, della neonata dittatura di Francisco Franco nell’attigua Spagna, dei conclamati totalitarismi nelle vicinissime Italia e Germania, dell’afa spossante dell’estate del 1938 a Lisbona, ad opprimere Pereira è il suo io egemone che ha preso il comando nella confederazione di anime, così come definisce il Dr. Cardoso quel coacervo di “io” che affolla il nostro essere determinandone scelte ed azioni.

Pereira è, a tutti gli effetti, sotto il regime di una dittatura, di cui assistiamo al golpe che ne causerà la fine, su sua stessa testimonianza. La ridondante presenza del sintagma verbale, che dà anche il titolo al libro di Antonio Tabucchi (1994), Sostiene Pereira, è il luogo sintattico dove insorgono le forze oppositrici  al regime.  Spesso, nei periodi introdotti dal sintagma, sono riportate le azioni in netto contrasto con il regime dell’io egemone.

Pereira è un cardiopatico in forte sovrappeso che ha come unica interlocutrice la foto di sua moglie morta; di rado scambia qualche parola con il prete e la portiera del palazzo dove lavora, verso cui prova una profonda antipatia avendo intuito che è una spia del regime, pallido indizio della latente resistenza. È ghiotto di frittate e limonate ad alto contenuto di zucchero, la sua alimentazione varierà con l’incontro del Dr. Cardoso. Vive sotto l’egemonia dei ricordi che lo relegano nel passato impedendogli di vivere il presente. L’opposizione inizia a prendere forma  grazie  all’intervento di una forza esterna che  attraverso un esercizio lento e costante, favorisce l’operazione di sfaldamento del sistema autoritario. Non a caso questa entità estranea ha le sembianze di  Monteiro Rossi, un giovane neolaureato di origini italiane, politicamente attivo, essendo un oppositore che combatte i regimi di Spagna e Portogallo. Monteiro Rossi diventerà una presenza fissa nella vita di Pereira, giornalista che cura la rubrica letteraria della rivista “Lisboa”, un rapporto che esordisce con una collaborazione lavorativa e che  manifesta fin da subito tutte le caratteristiche di una vera e propria interferenza nella vita tranquilla dell’ex cronista che dal momento dell’incontro con l’imprudente e spensierato Rossi, sente che il suo regime comincia a mostrare segni di cedimento. Pereira non cestinerà mai gli articoli di Monteiro, fortemente critici nei confronti dei totalitarismi che si sono instaurati non solo in Portogallo ma anche in altre parti d’Europa; ma pur non approvandoli li raccoglierà tutti in una cartellina che custodirà gelosamente. Ecco il primo atto sovversivo nei confronti della tirannia dell’io egemone, anziché distruggere quegli scritti che rappresentano un pericolo, li conserva. Resistenza che si radicalizza ed espande sempre di più, fino a diventare una patologia conclamata quando Pereira decide di pubblicare la traduzione del racconto di Alphonse Daudet, La dernière classe, una celebrazione della patria francese contro la politica invasiva della Germania, all’epoca della guerra franco-prussiana. Immediata sarà la reazione dell’ufficio di censura del regime attraverso le lagnanze del direttore del Lisboa.

L’inizio del golpe contro il regime comporta un malessere in Pereira che non si riconosce più, colpito dalla smentita delle sue iniziali intenzioni puntualmente disattese da azioni totalmente contrarie al pensiero dominante. Alle terme di Coimbra s’incontra con il vecchio amico Silva che lo irrita non poco con i suoi discorsi sull’ atavica necessità dei popoli del sud, tra cui il Portogallo, di essere comandati  e per questo noncuranti dei diritti come la libertà d’espressione, verso cui sembrano addirittura disinteressati. Riconoscendosi forse in quel ritratto, nonostante difenda il diritto di informare e di essere informati, anticipa la sua partenza mollando l’amico su due piedi. Durante il viaggio di ritorno fa la conoscenza della Signora Del Gado che lo invita a fare qualcosa per il suo paese, ammettendo che neanche lui è contento della situazione in Portogallo e, allo stesso tempo, giustificandosi che fare qualcosa significherebbe mettere a rischio la propria incolumità.

Tutti questi episodi rappresentano l’avanzata, in crescendo, dell’io oppositore. Che si afferma con tutta la sua forza nelle ultime pagine, quando Pereira offre rifugio a Monteiro Rossi e alla sua porta suona la polizia che ammazza il giovane. L’episodio convince Pereira a pubblicare un articolo dove denuncia le atrocità del regime, prima di lasciare definitivamente il paese sotto falsa identità.

Non sappiamo bene quali eventi abbiano portato Pereira a vivere in un regime in cui l’io egemone ha paralizzato ogni volontà e intenzione di reazione e azione nella sua vita, condannandolo all’ inerzia, alla censura, all’ assopimento nei confronti di se stesso. Il libro è il racconto della liberazione di un uomo dalla tirannia di un’anima codarda, tutti viviamo sotto l’egemonia di un io, bisogna solo avere la fortuna e forse la capacità a lasciar prevalere quello giusto, amante della vita, della libertà, della volontà di azione e di partecipazione. L’occasione che ha Pereira di rovesciare il regime dominante, instaurandone uno nuovo basato sul rifiuto del sistema salazarista non capita a tutti; quanti, come Pereira, sono stati in balia di un io egemone paralizzante, che conduce alla morte spirituale e morale? Forse la maggior parte che, pur intercettando, di tanto in tanto le voci dissonanti di un io vitalizzante e propositivo non ha lasciato che acquistasse una posizione dominante. È, forse, su questa elezione ad infinitum  dell’io egemone che fanno leva i regimi che possono, così, contare sull’ ampio consenso dell’opinione pubblica. Le dittature, anche quelle non dichiarate, esistono perché la prima dittatura che sperimentiamo è quella di noi stessi, è in questo spazio che vengono gettati  i semi dell’oppressione esterna di cui cadiamo vittime. Tabucchi ci invita a riflettere sull’ oppressione non come un processo del tutto passivo, che si accompagna esclusivamente al predicato del subire, ma come la conseguenza dell’egemonia di un io, un pensiero, una coscienza, un’anima, che ci tiene in scacco.

Quella di Pereira è una storia dal lieto fine che lascia spazio alla speranza, non è mai troppo tardi per decidere di vivere attivamente, attribuendo a questo proverbio il maggior numero di accezioni possibili. Si può essere politicamente attivi ma anche fisicamente, sessualmente, socialmente. Pereira tornerà ad esserlo un po’ in tutti gli ambiti, scegliendo di curare la sua obesità, facendo spesso sogni erotici di cui non vuole rivelare il contenuto ma di cui s’intuisce lo sfondo o lasciandosi elegantemente sedurre dalle tornite e immacolate spalle di Marta, fidanzata di Monteiro, e soprattutto politicamente e socialmente schierandosi dalla parte della resistenza e denunciando il regime.

Personalmente, ho amato questo personaggio, la sua ingenuità, intelligenza, solitudine, che mai si dissociano da una profonda emanazione di positività che si traduce in amore per la vita,  alla quale non abdica mai, anche quando sembra essersi spento. Perché tra la vita e la morte esiste una zona grigia, che spesso può durare degli anni, dove anche se indebolita e offuscata, la voglia di essere attivi resiste e si accende ogni volta si profila la possibilità che qualcosa di straordinario può accadere. La speranza ultima è che un giorno si presenti finalmente quell’ occasione che ci permetta di combattere la nostra battaglia divenendo parte attiva della Storia dell’umanità, ma soprattutto della propria.

Biografia di Antonio Tabucchi

Una pausa dal non far niente

Se c’è una cosa a cui Pereira non rinuncia mai è il pranzo e la cena che il più delle volte avvengono al Café de OrquÍdea dove, puntualmente, gli servono omelette alle erbe aromatiche e litri di limonata. Un’abitudine che sembra avere un effetto rilassante, una pausa dall’ oppressione e dal senso di morte che angustiano il giornalista. Una pausa dal non far niente, un’emersione dall ’acquitrino sospensivo in cui si è impantanato, una distrazione dalla mortificante monotonia a cui il suo io egemone lo ha costretto.

È proprio durante alcune di queste pause che compaiono i primi lampi di ribellione, di attivismo, attraverso le informazioni che cerca di captare dal cameriere del caffè, a cui sempre domanda cosa accade nel paese e nel resto d’Europa, uscendo, temporaneamente, dalla cappa isolante in cui trascorre gran parte della sua quotidianità; e l’irritante conversazione con l’amico di vecchia data, Silva, si articolerà  davanti ad un filetto di carne alla Stroganoff, con sopra uova in camicia.

Gli incontri con Monteiro Rossi avvengono quasi sempre seduti ad un tavolo con davanti omelette, orata ai ferri, gazpacho, riso ai frutti di mare. Il pesce nella cucina lusitana occupa un ruolo dominante, in particolare il baccalà, ingrediente fondamentale del bacalhau com natas.

Nel romanzo dolci non ce ne sono, ma noi vi proponiamo ugualmente una leccornia della pasticceria portoghese i pasteis de natas, tortine di sfoglia ripiene di crema fatta con la panna e le uova. Forse Pereira attende solo qualcuno che lo incoraggi e gli faccia compagnia; l’ultima cena con Monteiro si conclude con delle ciliegie sotto spirito, unico dessert disponibile al momento. Ormai conosciamo l’amabile giornalista, siamo al corrente delle sue paure, insicurezze, del suo bisogno di essere spronato e siamo sicuri che per un pasteis gli basterebbe davvero molto poco!

Filetto alla Stroganoff

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Ingredienti

– 600 gr di filetto di manzo

-300 gr di cipolle

-300 gr di champignon

– 40 gr di burro

– 80 cl di panna acida

– un cucchiaio di passata di pomodoro

– vodka per sfumare

– olio extravergine

– farina

– prezzemolo

– sale

– pepe

Procedimento

Dopo aver pulito e tagliato i funghi, affettare la cipolla sottilmente e far appassire tutto in una padella con 20 gr di burro, l’olio e un cucchiaio di prezzemolo. Se serve, allungare con un po’ di acqua. In un’altra padella sciogliere il burro rimanente con l’olio e rosolare la carne precedentemente infarinata, sfumare con un po’ di vodka.

A questo punto unire i funghi e le cipolle alla carne, aggiustare di sale e pepe e ultimare con la passata e la panna acida, continuare la cottura ancora per qualche minuto.

Baccalà alla Portoghese

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Ingredienti

– 400 gr di baccalà

– 400 gr di patate

– cipolla

– un cucchiaio di panna

– sale e pepe q.b.

Besciamella vegetale

– 300 gr di brodo vegetale

– 25 gr di olio evo

– 30 gr di maizena

Procedimento

Pulire bene il baccalà affinché non risulti salato (per chi non ama il baccalà può sostituirlo con del merluzzo) sbollentare e tenerlo da parte. Tagliare a dadini le patate e friggerle con un po’ di olio evo. A parte soffriggere la cipolla. In un pentolino prepariamo la besciamella vegetale seguendo la procedura della besciamella classica. A questo punto unire tutti gli ingredienti in una pirofila amalgamando con una parte della besciamella e la panna. Coprire il tutto con la besciamella e infornare a 200° per 20/25 minuti circa.

Pasteis de natas

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Ingredienti

– 500 ml di panna fresca liquida

– 9 tuorli

– 160 gr di zucchero

– 500 gr di pasta sfoglia

– 12 pirottini

Procedimento

Per la crema: lavorare i tuorli con lo zucchero, trasferire sul fuoco e aggiungere la panna, mescolare delicatamente a fuoco lento fino ad ottenere una crema piuttosto liquida. Foderare i pirottini con la pasta sfoglia e riempirli fino al limite con la crema, infornare in forno ventilato a 220° per 15 minuti c.ca.

 

 

 

 

 

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Country Girls: il nero romanzo rosa di Edna O’ Brien http://rodeia.cucinare.meglio.it/country-girls-il-nero-romanzo-rosa-di-edna-o-brien/ http://rodeia.cucinare.meglio.it/country-girls-il-nero-romanzo-rosa-di-edna-o-brien/#respond Mon, 26 Jan 2015 11:52:54 +0000 http://rodeia.cucinare.meglio.it/?p=1768 Edna O                       Entusiaste, superlative, sono le critiche ricevute da Edna O’Brien con il suo romanzo di esordio, Ragazze di campagna (1959), primo volume di una trilogia a cui seguiranno La ragazza sola (1964) o La ragazza dagli occhi verdi(1989) e Ragazze nella felicità coniugale (1990), da parte della stampa […]

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Edna O' Brien

Edna O’ Brien

country girls         la ragazza dagli occhi verdi             ragazze nella felicità coniugale

Entusiaste, superlative, sono le critiche ricevute da Edna O’Brien con il suo romanzo di esordio, Ragazze di campagna (1959), primo volume di una trilogia a cui seguiranno La ragazza sola (1964) o La ragazza dagli occhi verdi(1989) e Ragazze nella felicità coniugale (1990), da parte della stampa e dei più grandi scrittori contemporanei; tanto per fare un nome, Philip Roth che ha definito l’irlandese O’Brien la più grande scrittrice di lingua inglese vivente. Nonostante abbia letto d’un sol fiato i tre romanzi che hanno per protagoniste Cait e Baba, partite dalla remota ed esasperatamente cattolica campagna irlandese alla disperata ricerca di una vita che in tutto e per tutto sia diversa da quella vissuta nel loro paese natio, né da un punto di vista stilistico, né diegetico, la trilogia mi ha particolarmente colpita; se non fosse per quella morbosa curiosità che s’impadronisce di noi ogni volta leggiamo un romanzo il cui unico effetto catalizzatore è rappresentato dalla sua trama. Un po’ come accade con il romanzo rosa, a cui è stata dedicata una longeva e fortunata collana che ha oltrepassato i confini canadesi divenendo in tutto il mondo il passatempo preferito di tante donne costrette, all’improvviso, a districarsi tra i doveri quotidiani e l’irresistibile desiderio di sapere cosa accadrà ai protagonisti delle “avvincenti”storie che di volta in volta danno vita ad un illusoriamente nuovo

harmonyHarmony (crasi linguistica che nasce dall’unione delle tre lettere iniziali di Harlequin, casa madre della produzione in rosa e delle edizioni Mondadori con cui si forma una joint-venture, con l’aggiunta di una Y finale avente funzione di creare armonia). Ma l’orbita della trilogia della O’Brien intorno alla galassia del romanzo rosa non riguarda solo il recente fenomeno dell’armonia, ma risale qualche secolo fino alla nascita di una letteratura esclusivamente femminile, come ci spiega Luigi Del Grosso Destreri in La galassia rosa: genesi e diramazioni. In effetti l’avvento del protestantesimo ha reso gli uomini e le donne uguali al cospetto di Dio, equiparazione che si riflette anche in ambito letterario permettendo alle donne di diventare parte della fruizione. Secondo il critico letterario, Leslie Fiedler, il romanzo da sempre è stato cosa per donne, frutto di una struttura familiare che vede gli uomini occuparsi degli affari e le donne dedite alla preservazione dell’ onore, della compattezza, dell’integrità morale della famiglia. All ’interno della quale potevano ritagliarsi uno spazio per la lettura e la scrittura; essendo poi la famiglia il loro unico mondo possibile, ecco che i temi principali diventano l’amore e il matrimonio e protagonista è sempre una donna, una ragazza semplice, appassionata, pura. Il romanzo a trama rosa è stato inaugurato da Richardson con pamelaPamela(1740) in cui sono ritratti personaggi della vita quotidiana, di cui si indaga la vita interiore, la psicologia, in relazione alla loro condizione sociale e di genere. Pamela è la storia di una cameriera virtuosa che riesce a far convertire il padrone che la molesta e a farsi sposare. Ma a quanto pare le vere antesignane del romanzo rosa sono le tre scrittrici Eliza Haywood, Mrs Manley e Aphra Behn, la cui produzione è stata definita amatory fiction ed è incentrata su tradimenti di donne ingenue da parte di uomini egoisti e dissoluti.

Un altro titolo particolarmente importante per l’influenza che ha esercitato sul romanzo rosa, è the temptTemptation (1907) di Effie Adelaide Rowlands: ad una giovane orfana molto povera viene offerto, da una donna misteriosa, di spacciarsi per un’ereditiera sparita nel nulla alla quale somiglia incredibilmente. La giovane accetta, riuscendo a sposare il signore locale (di cui naturalmente è innamorata) e quindi a raggiungere la ricchezza. La rivoluzione di questo romanzo è rappresentata dal totale rovesciamento della morale, fino a quel momento preservata: le ricchezze guadagnate in modo illecito possono condurre alla felicità e l’apparenza conta più della sostanza. È vero che è virtuosa ma la sua ricchezza è stata ottenuta con l’inganno. E arriviamo ai romanzi rosa targati Harmony. Come ci spiega Alberto Brodesco in Harmony L’amore in edicola, contenuto nel volume Una galassia rosa, ricerche su una letteratura femminile di consumo, la nascita dell’amore tra una ragazza semplice ed un milionario conferma il valore attrattivo del potere economico dell’uomo. Con il quale l’obiettivo fondamentale resta il matrimonio o meglio la felicità coniugale, la stessa a cui aspirano Cait e Baba nell’ultimo libro della trilogia, Ragazze nella felicità coniugale. Di fronte ad essa tutto è sacrificabile, il lavoro, i viaggi, le avventure; il privilegio economico dell’uomo induce sovente le nostre eroine a preferire il matrimonio alla carriera. Cait e Baba, sebbene con un atteggiamento differente, la prima in nome dell’amore, almeno in apparenza, la seconda di uno sfrenato desiderio di ricchezza, non esitano nemmeno un attimo ad abbandonare la condizione di libertà ed indipendenza che si erano guadagnate fuggendo dalle loro famiglie, per diventare parte di un altro sistema in cui, nonostante i benefici economici che ne traggono, si condannano all’assoggettamento ad uomo con il quale si formerà un nuovo nucleo familiare che segnerà il ritorno alla situazione di partenza, sotto mentite spoglie. Un’altra caratteristica comune tra il romanzo rosa targato Harmony e la trilogia della O’Brien sta nelle mancanza di metodi contraccettivi adeguati. Negli Harmony, spesso, le protagoniste rimangono incinte senza volerlo, come capita a Baba e a Cait. Baba rimarrà incinta più di una volta, ma quella decisiva sarà con un artista conosciuto in occasione di una cena organizzata dal marito; la gravidanza sarà la conseguenza del primo ed unico rapporto sessuale che avverrà tra i due, l’artista scomparirà e Baba farà in modo che il marito accetti la maternità extra-coniugale riconoscendo il bambino. Cait resterà incinta dell’uomo che sposerà, ma prima del matrimonio, a cui sarà attribuita una funzione soprattutto riparatrice. Come dice Cohn, contro la duplice dominazione sessuale ed economica, l’unica arma posseduta dalla donna è l’amore e la sua unica vittoria il matrimonio come strumento di ascesa sociale. Allo stesso tempo però, sostiene Cohn, la sessualità è un pericolo per la protagonista perché segna la perdita di controllo, da sempre combattuta tra il desiderio sessuale e la moralità legata alla castità. Cait impiegherà molto tempo prima di lasciarsi andare con Eugene perché tormentata dalla sua coscienza cattolica che le fa considerare la sessualità come un peccato, fonte del male, sebbene muoia dalla voglia di lasciarsi andare. Inoltre, proprio come la protagonista degli Harmony, cerca di porre un limite alle pulsioni sessuali per paura che la relazione possa essere unicamente carnale senza mai trasformarsi in un sentimento duraturo. Ecco quindi la necessità del matrimonio, che in Harmony come nella trilogia della O’Brien, assume una funzione liberatoria perché affranca la protagonista da tutte le paure derivanti da donne appartenenti al passato, dal timore di essere usata, o meglio non amata dall’eroe oppure di non poter godere della sua ricchezza e prestigio sociale. I romanzi Harmony, quindi, sembrano accettare la tradizionale visione maschio-femmina, senza proporre un’ideologia femminista alternativa e accettando invece quella patriarcale. Anche la O’Brien sembra confermare questi schemi; sebbene la ribellione delle due protagoniste possa far pensare a scelte differenti, più audaci, emancipate, frutto di una visione di se maggiormente consapevole;  le peripezie di Baba e Cait non hanno alcun fine ultimo, sono piuttosto gli effetti di una condizione di assoluta oppressione che le ha indotte a cercare in maniera disperata, sregolata e cieca la libertà, identificandola, ciascuna, con situazioni differenti, accomunate dallo stesso anelito di autodeterminazione. Alternando all’illusione di averla raggiunta la presa di coscienza della realtà, senza mai però rimpiangere la vita passata, fuggendola continuamente e ricascandoci ogni volta. il diario diLa trilogia della O’Brien contiene in sé i geni di altri due generi orbitanti intorno alla galassia rosa che a partire dagli anni ’90 hanno conosciuto un enorme successo: la chick-lit e la teen-lit, ben illustrati da Silvia Giovanetti e Sara Zanarda in Una galassia rosa. Per quanto riguarda la prima, avete presente Il diario di Bridget Jones, I love shopping e cosi via, ecco questi sono esempi di letteratura chick-lit. Baba e Cait, soprattutto in rapporto agli anni in cui vivono, a cavallo tra i cinquanta e i sessanta, hanno sicuramente qualcosa dei personaggi chick-lit. Vivono da sole, lavorano, cercano di essere al passo con la moda e allo stesso tempo, proprio come la paffutella Bridget, ingurgitano qualsiasi cosa possa essere classificata come schifezza assistendo al crescente allargamento dei loro fianchi; e poi sono ironiche, non si prendono mai troppo sul serio, soprattutto Baba che stempera la drammaticità del racconto con la sua sfrontatezza e leggerezza nell’ affrontare la vita, risultati di  una lucida e fredda consapevolezza rispetto a tutte le esperienze che vivrà senza mai caricarle di troppe aspettative che la renderebbero più somigliante ad un personaggio Harmony, a cui invece sembra somigliare la sua amica Cait. Un profilo da genere teen-lit viene fuori nel primo libro della trilogia, Country Girls, che ha per protagoniste due bambine ormai quasi adolescenti la cui amicizia è uno dei tratti tipici della letteratura per teenager. Baba e Cait sono contrarie e complementari allo stesso tempo; e come la più classica delle  storie d’amicizia in fase di pubertà, si rispecchiano l’una nell’altra condividendo la voglia di divertirsi, di fare nuove esperienze, di compiere bravate; anche quando il loro rapporto sembra ormai compromesso e difficilmente recuperabile, tornano ad essere amiche più di prima. Non si separeranno mai, le loro vite, negli accadimenti più importanti che ne determineranno il futuro, s’incroceranno sempre, le rispettive performance esistenziali saranno eseguite sempre sullo stesso palco col medesimo sfondo. La scuola, che è il set privilegiato delle narrazioni giovanili, è il primo luogo d’incontro delle due ragazzine a cui seguirà la drammatica esperienza in collegio, dove le due giovani cominceranno a maturare il desiderio di fuga da quel mondo opprimente e oscurantista, rendendosi spesso protagoniste di esilaranti siparietti in cui (in)volontariamente lo derideranno condannandosi alla tanto agognata espulsione che è il pass per accedere finalmente alla realtà, fuori dai confini soffocanti e temporalmente contraenti del loro villaggio di campagna. Ha inizio così il viaggio come vagabondaggio interiore, rivendicazione di autonomia, volontà di sbagliare da soli per crescere. Cait e Baba oltre che scappare da un realtà retrograda e asfissiante, fuggono dalla famiglia, dai genitori. Cait perderà la sua amata mamma giovanissima, in circostanze drammatiche, rimanendo orfana e in balia di un padre ubriacone e avido; Baba subirà, nella duplice accezione del termine, il fascino di una mamma estremamente aperta che vive nell’illusione dell’eterna giovinezza, rincorrendo un’ideale di vita che non potrà mai realizzare. Il padre, un uomo buono e totalmente sottomesso alla moglie e alla famiglia , non si guadagnerà mai la sua stima, reo, forse,di averle dato troppo. Tanto vicini quanto lontani il romanzo rosa e la trilogia della O’Brien: il primo punto di distanza è rappresentato dall’assenza del lieto fine nei romanzi della scrittrice irlandese, onnipresente nel romanzo rosa. Non c’è spazio per le illusioni, le edulcorazioni, le visioni fiabesche nelle vicende narrate da Edna. La sua più grande rivoluzione è stata l’aver interrotto quella tradizione, tipica di numerose generazioni femminili di scrittrici e non, di raccontare fiabe intrise di stereotipi che male si sposano con la realtà. Il suo romanzo rosa è alla rovescia, tratta le stesse tematiche ma ne svela meccanismi molto più complessi e crudeli. Edna O’Brien non è Liala che persino alla guerra riconosce un fine nobile, una causa giusta, un’inevitabile sebbene sofferente necessità. La divisione tra buoni e cattivi, bene e male, è netta nel romanzo rosa, non esistono zone grigie, esiste la vittima da una parte ed il carnefice dall’altra. Vige una legge di carattere morale, a cui è impossibile porre un veto, secondo cui i cattivi vengono puniti ed i buoni premiati attraverso un riscatto che, anche se in ritardo, li ripaga delle sofferenze subite. Sono personaggi semplici, dai tratti ben definiti che non lasciano alcun dubbio in quale categoria farli rientrare, o sono totalmente buoni o totalmente malvagi, da qui la prevedibilità delle loro azioni. Nel racconto de vecchio smockingIl Vecchio Smoking, di Liala, numerose sono le situazioni che ritroviamo anche nei romanzi della O’Brien, l’infelicità del matrimonio, l’amore tra un uomo ricco e una giovane di umili origini, così come l’affinità da un punto di vista delle ambientazioni, feste dell’alta società in cui trovano posto giovinette delle classi sociali meno abbienti tra cui spunta quella dai più facili costumi il cui scopo è abbindolare qualche giovane rampollo con cui sposarsi e fuggire dalla condizione di modestia a cui la provenienza sociale la costringe; l’esclusività dell’amicizia, il Conte Doria vivrà le sue esperienze extra-coniugali sempre incoraggiato dal suo amico Gianolini che tra i due è quello più sfrontato, che crede meno nell’amore e più nella libertà. Le eroine della O’Brien non troveranno alcun riscatto, alcuna felicità, i fini che le muoveranno ad agire non saranno mai nobili, agiranno sempre e solo in vista di un unico obiettivo: la propria felicità ed ecco la più grande rivoluzione della O’Brien, la rimozione del senso di colpa a vivere la vita secondo le personali aspirazioni ed esigenze, senza sacrificarsi in nome di terzi, la famiglia in primis. Non esistono leggi morali nella galassia rosa della O’Brien, e se ci sono non vengono rispettate, anzi la loro ragione di esistere sembra strettamente legata al bisogno di infrangerle e smentirle. Una rivoluzione che diventa particolarmente sovversiva quando riguarda le donne, da sempre subordinate e assoggettate agli uomini, alla famiglia, alla società, al sistema che per quanto si provi a cambiare resta sempre lo stesso, per il romanzo rosa e per la trilogia della O’Brien.

Tradizionalismi, dualismi e dicotomie

IMG_2052Se c’è una cosa di cui trasudano i libri della O’Brien è sicuramente il tradizionalismo irlandese. La sua cultura, cattolica e contadina, così radicata, la condannano ad uno stato di arretratezza ed isolamento che in qualche modo rappresentano i tratti distintivi di un paese che rivendica prepotentemente e ciecamente un’identità che neutralizzi ogni dualismo, unico tratto certo.I piatti che stiamo per proporvi arrivano direttamente dal blog di Donal Skehan, Homecooked kitchen blog, una vera star dei fornelli, non solo in Irlanda ma anche nel Regno Unito. Questo giovane talento ha già pubblicato quattro libri, oltre a presentare varie trasmissioni televisive e a collaborare col Masterchef versione britannica. Per chi fosse interessato ecco il link: http://www.donalskehan.com/, troverete delle vere e proprie delizie, in cui la tradizione gastronomica sia irlandese che inglese si amalgamano in maniera davvero eccellente con la creatività del cuoco che non disdegna richiami a cucine più remote. Quelle che vi presenteremo, però, sono piatti tipici della tradizione gastronomica irlandese che Skehan ha ricostruito  ispirandosi a sua volta ad un’altra fonte, i libri della scrittrice Theodora FitzGibbon. In Rediscovering Theodora FitzGibbon, Skehan ha selezionato alcune delle migliori ricette di questa food-writer che ha arricchito la sua esperienza grazie ai numerosi viaggi in giro per il mondo divulgandola dalle colonne dell’Irish Times.  Quest’ultima parte crea inevitabilmente una dicotomia nel nostro articolo che per buona parte, attraverso le opere della O’Brien, ha trattato il ruolo della donna nella società non solo irlandese ma occidentale, storcendo il naso nei confronti di una certa letteratura che ha contribuito al rafforzamento di taluni noti stereotipi rispetto alla donna, che hanno poco di convenzionale e molto di reale. Concludiamo, invece, con una scrittrice tutta dedita ai fornelli, che conferma l’appartenenza, di certo non incontrovertibile, della donna al focolare domestico. Forse, però, ciò che allontana Theodora dalle nostre eroine sopra citate, è la chance che avuto di fare di una presunta passione un lavoro appassionante, com’è quello dello scrittore, anzi della scrittrice!

Good auld bacon cabbage

Piatto tipico della tradizione irlandese, si trova su tutte le tavole irlandesi data la disponibilità dei suoi ingredienti

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  Ingredienti (4 persone)

900g di arista di maiale

1 mezzo piede di verza

2 carote tritate

1 cipolla tagliata finemente

30g di burro

un pizzico di sale e pepe

Crema di porri e salsa di prezzemolo

Ingredienti

30g di burro

30g di farina

2 porri grandi, tagliati finemente

100-150ml di brodo dell’arista

1 cucchiaino di mostarda

Una buona manciata di prezzemolo, finemente tritato

1 cucchiaio di panna da cucina

Procedimento

Mettere l’arista in una pentola con l’acqua fredda e farla cuocere. Portare ad ebollizione e continuare a far cuocere a fuoco lento fino a quando non sarà del tutto cotta. Toglierla dall’acqua, metterla in un piatto e tenerla da parte. Conservare il brodo di cottura.

Per la crema di porri con salsa di prezzemolo, sciogliere il burro e rosolare il porro fino a farlo ammorbidire senza dorare. Aggiungi la farina e mescolare, aggiungere un po’di brodo di arista e mescolare fino a quando la salsa non si fa densa. Giudicate voi la consistenza, aggiustare di sale, aggiungere la mostarda continuando a mescolare.Ed infine aggiungere il prezzemolo tritato ed un cucchiaio di panna.

Per la verza, fondere il burro in una padella ed aggiungere le cipolle e le carote, affinché si ammorbidiscano. Aggiungere la verza e lasciare che appassisca, girando di tanto in tanto.

Servire l’arista a fette, accompagnata dalla crema di porri  con  salsa di prezzemolo e la verza.

ENJOY YOUR MEAL!!!

Creamy Colcannon Mash

Si tratta di un altro piatto tipico della tradizione irlandese, che consiste in un puré di patate con verza o cavoli. Il piatto ha ispirato una canzone tradizionale irlandese che s’intitola appunto Creamy colcannon mash : Oh che bei giorni quando ancora non conoscevamo il dolore e le mamme preparavano il colcannon nel tegamino.

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Ingredienti (4 – 6 persone)

1kg di patate, pelate e tagliate a cubetti

250g di verza, finemente tagliata

Una manciata di cipollotti

30g di burro

75ml di latte

Sale e pepe

Procedimento

Mettere a bollire le patate in acqua fredda, coprire e lasciar cuocere a fuoco alto fino a portare ad ebollizione. Abbassare la fiamma e lasciare cuocere a fuoco lento fino a quando le patate non si ammorbidiscono. Mettere a bollire la verza. Quando le patate sono cotte, toglierle dal fuoco, scolarle e una volta raffreddate passarle con lo schiacciapatate. Rimetterle nella pentola con il burro e il latte, e mescolare fino ad ottenere un composto denso e cremoso.  Aggiungere i cipollotti, la verza sbollentata, il sale ed il pepe e mescolare fino a quando il tutto non si è amalgamato. Servire il colcannon immediatamente, con un po’ di burro e scaglie di parmigiano.

Spezzatino irlandese (Irish stew)

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Ingredienti (6 persone)

2 cucchiai di olio di colza

1 kg di spalla di agnello, tagliato in pezzi di 2,5 cm

2 cipolle, pelate e tagliate grossolanamente

3 gambi di sedano affettati

1 foglia di alloro

4 carote grandi, pelate e tagliate a pezzi grossolanamente

1 litro di brodo di agnello

900 g di patate, pelate e tagliate a fette di 1 cm

Un bel pezzo di burro

Sale e pepe nero

Fette di pane

Procedimento

In una casseruola mettere un cucchiaio di olio e rosolare prima una porzione d’agnello e poi l’altra. Togliere dal fuoco, adagiare su un piatto e mettere da parte. Abbassare la fiamma, mettendola mediamente alta, aggiungere un altro cucchiaio di olio, la cipolla, le carote ed il sedano e far cuocere tra i 4 e 6 minuti finché la cipolla non si è ammorbidita. Preriscaldare il forno a 160°C. Riportare la carne nella pentola, aggiungere l’alloro e il brodo, aggiustare di sale e pepe e portare ad ebollizione. Togliere dal fuoco e spingere le patate verso il basso ed in cima allo spezzatino, aggiustare di sale e pepe. Coprire e mettere nel forno a cuocere per 1 ½ , poi rimuovere il coperchio e far cuocere per altri 10 minuti, fino a quando le patate non si dorano. Potete servire lo spezzatino subito oppure riporlo in frigo per una notte. Servire in scodelle profonde accompagnando con le fette di pane che assorbiranno il liquido in eccesso.

Gur cake

Il Gur Cake era il dolce dei poveri nei secoli XIX e XX sec.. essendo molto economico perché preparato dai panettieri con il pane raffermo o con le torte ormai vecchie di qualche giorno.

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Ingredienti

8 fette di pane raffermo

3 cucchiai di farina

Mezzo cucchiaino di lievito in polvere

100g di zucchero di canna

30g di burro

175g di ribes secchi o di altra frutta secca

1 uovo battuto

40g di latte

350g di pasta brisé

Zucchero a velo

Procedimento

Mettere a mollo il pane nell’acqua per circa un’ora, strizzarlo per bene. Mescolare insieme la farina, il lievito in polvere, lo zucchero, il burro, l’uovo ed il latte. Foderare il fondo di una teglia quadrata di 22 cm con la metà della pasta brisé e distribuire sopra il composto, ricoprire con l’altra metà della pasta brisé. Con il coltello, fare pochi tagli diagonali e mettere a cuocere in forno a 190°C per circa un’ora. Una volta cotta, spargere lo zucchero a velo e ricavare 24 quadratini. Purtroppo, a causa di una distrazione nella lettura della ricetta, i nostri Gur cake non sono quadrati ma tondi, ma sono davvero ottimi.

Irish apple crumble pie

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Ingredienti (6- 8 persone)

110g di burro e un altro po’ per ungere la teglia

150g di zucchero di canna

210g di farina setacciata

Un cucchiaino di lievito in polvere

Un pizzico di sale

Un cucchiaino di cannella macinata

300g di mele, sbucciate, senza torsolo e affettate

Crumble

50g di vanillina

50g di farina

50g di burro

Procedimento

Preriscaldare il forno a 180°C, ungere e foderare una teglia con una base rimovibile. Con uno sbattitore elettrico, mescolare il burro e lo zucchero in un’ampia ciotola. Aggiungere le uova, uno alla volta, mescolando fino a quando sono state incorporate bene. Unire la farina, il lievito in polvere, la cannella e il sale fino ad ottenere un composto denso. Aggiungere le mele e versare il composto nella teglia. Utilizzando un mixer ad immersione, tritare gli ingredienti per il crumble che verrà sparso sulla superficie della torta. Cuocere nel forno per 40-45 minuti. Togliere dal forno e lasciar raffreddare.

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Se una notte d’inverno un viaggiatore……… http://rodeia.cucinare.meglio.it/se-notte-dinverno-viaggiatore/ http://rodeia.cucinare.meglio.it/se-notte-dinverno-viaggiatore/#comments Sun, 16 Nov 2014 09:38:04 +0000 http://rodeia.cucinare.meglio.it/?p=1748 Italo CalvinoNon è un caso che Italo Calvino abbia scelto per il suo romanzo, Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), un titolo che sintatticamente esprime un periodo ipotetico. Come non è un caso che il periodo ipotetico sia incompleto, vale a dire manchi di un’apodosi, indicante la conseguenza che deriverebbe dalla realizzazione della condizione espressa nella […]

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Italo Calvino

Italo Calvino

Non è un caso che Italo Calvino abbia scelto per il suo romanzo, Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), un titolo che sintatticamente esprime un periodo ipotetico. Come non è un caso che il periodo ipotetico sia incompleto, vale a dire manchi di un’apodosi, indicante la conseguenza che deriverebbe dalla realizzazione della condizione espressa nella subordinata, la protasi. Il ritmo del romanzo di Calvino è dettato dalla successione tra futuro ipotetico e futuro categorico di guillaumiana memoria, vale a dire tra ciò che, in potenza, potrebbe realizzarsi e ciò che si realizza effettivamente. Infiniti sono i risvolti del romanzo, che rientrano nell’immateriale ipotetico,  ciò che è oltre le parole, che è solo pensabile, immaginabile.

In effetti viene spontaneo chiedersi perché un romanzo debba seguire per forza un’unica strada che è quella che ci si aspetta sulla base di quanto letto. Cosa gli impedisce di intraprendere un’altra strada meno prevedibile e apparentemente meno implicata con i fatti appena raccontati? Il libro, come oggetto materiale, non è altro che il risultato finale ma non definitivo, una sorta di scelta, per esigenza di sintesi, tra le innumerevoli possibilità di realizzazione del romanzo. Insomma, qual è il limite di un romanzo? Non è dato stabilirlo.

Il romanzo è la metafora della vita. La scelta di fare del lettore il protagonista della trama principale, la cui vicenda fa da sostrato alle dieci storie raccontate, rappresenta la linea di confine, allo stesso tempo labile e marcata, tra la finzione del romanzo e la realtà della vita. Fugacità della demarcazione che si manifesta nella sovrapposizione della dinamica evolutiva dell’azione del lettore con quella del romanzo. La serie di imprevisti, errori, traduzioni truccate, casi di apocrifia che hanno portato alla convergenza di romanzi appartenenti a stili ed autori differenti, coincide all’evoluzione delle vicende personali del lettore che grazie a questa catena di eventi inaspettati s’imbatte nel destino, facendo la conoscenza di Ludmilla, la donna di cui s’innamorerà.

Quando il lettore scopre che il libro che ha cominciato a leggere, Se una notte d’inverno un viaggiatore, non è in realtà Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, ma l’opera di un autore polacco, Fuori dell’abitato di Malbork, non c’impiega molto tempo a mettere da parte lo scrittore italiano e a convincersi che il libro appena letto sia appunto di un altro autore. Riesce a persuadersi di questa idea senza troppe difficoltà, così come le successive scoperte che si tratta di altri romanzi e scrittori, non gli comportano alcuno sconvolgimento, senso dello smarrimento; il suo unico interesse è proseguire con la lettura, sapere cosa accadrà dopo, soprattutto dal momento  che questo caleidoscopico libro s’interrompe sempre sul più bello. Viene allora da chiedersi se, in genere, l’approccio del lettore all’opera non sia fondato su un che d’illusorio, appendice di un’illusorietà più grande, che è quella attraverso la quale guardiamo la vita. Illusorietà che troppo spesso si rende mutuabile alle classificazioni, schematizzazioni, fino a calcificarsi ed assumere le sembianze di una convinzione. E la tendenza alla frantumazione di queste grandi categorizzazioni è dimostrata dalla capacità di uno stesso autore, Italo Calvino, a cimentarsi in racconti di generi e stili differenti. George Luckacs parla, per tramite di Balzac, di poetica esoterica: non c’è nulla di assoluto al mondo, tutto è suscettibile di una doppia lettura, non si può credere che il romanzo racchiuda una verità assoluta, perché la realtà, nella quale si rispecchia, è fatta di contraddizioni, incongruenze. Nulla è assoluto, camminiamo, in quanto lettori e individui su un terreno friabile, sotto il peso gravoso delle domande se quanto stiamo vivendo sia la sola realtà possibile e se quanto stiamo leggendo non possa divenire qualcos’altro ancora, se appartenga realmente all’autore che lo firma oppure no.

Occorre non dimenticare, infatti, che esiste un futuro categorico che per forza di cose diventa assoluto ma esiste un futuro ipotetico oltre le parole, immaginabile e pensabile, non meno reale.

Metti che al posto delle uova………

Nella cucina l’ipotesi ha incontrato un fertile terreno per la sua trasformazione in realtà grazie all’audacia e creatività delle cucine vegana, vegetariana, crudista, gluten-free che hanno reimpostato il menù della cucina tradizionale sulla base di una sostituzione di quegli ingredienti un tempo ritenuti unici per la preparazione di molti piatti. Nuove strade sono state battute con risultati, di volta in volta, sempre più incoraggianti. A quanto pare per leccarsi i baffi e godersi il piacere, le uova, la carne, la farina, il latte di derivazione animale, non sono indispensabili, soppiantati da una minoranza di prodotti di origine vegetale, spezie, verdure che va affermandosi sempre di più; tant’è che molti di questi neologismi alimentari stanno entrando anche nelle cucine più reazionarie che cominciano ad apprezzarne il valore nutrizionale oltre che il gusto, senza il quale risulterebbe difficile decantare proprietà di prodotti che potrebbero risultare “strani”.

Per questo menù vegano ci siamo affidati alla nostra “vicina” di blog Marzia de “La taverna degli Arna”, altro pezzo della scuderia di “Cucinare Meglio”. Grazie alla sua preziosa consulenza abbiamo scovato numerose ricette convertitesi al veganismo.

Dimenticate gli spaghetti tradizionali e preparatevi ad assaporare una versione fatta con le patate; al bando il tradizionale arrosto domenicale, fate largo ad una versione a base di ceci ed anacardi e dulcis in fundo, la crema pasticcera rigorosamente vegana.

Ancora una volta grazie mille a Marzia e alla sua taverna degli Arna, che ci ha dato in prestito ricette non solo originali ma anche molto intriganti. Forse chi è un habitué del veganismo conoscerà già il suo blog, per chi invece leggendo questo articolo cominciasse a sentire il solletico della curiosità non esiti a cliccare su questo link: “La Taverna degli Arna”

Spaghetti di patata

spaghetti

Ingredienti

1 patata

1 cucchiaino di burro di cocco

foglioline di salvia

qualche rondella di banana chips

Procedimento

Lavare e pelare la patata e tagliarla a spaghetti con l’apposito  strumento o con l’affetta verdura a juilienne. Cuocerle al vapore per circa 10 – 15 minuti al massimo. Nel frattempo, in un pentolino, sciogliere il burro di cocco con qualche fogliolina di salvia. Impiattare gli spaghetti di patata e irrorarli con il burro sciolto e guarnire con chips di banana. Servire caldo. ( “La taverna degli Arna”)

Arrosto vegano con salsa di senape

arrosto                   arrosto 2

 

 

Ingredienti

170 gr di ceci lessi

1/2 tazza di anacardi

1 francesino raffermo

1/2 carota lessa

1/2 cipolla lessa

1 vasetto di yogurt naturale di soia

1 cucchiaio di senape

5-6 gocce di tabasco

1 cucchiaio di sciroppo di noci

1/2 cucchiaino di ketchup

Procedimento

In un’ampia ciotola ammollare gli anacardi per almeno una notte. Dividere in due pezzi il pane e una parte frullarla finemente. Mettere l’altra metà ad ammorbidire in acqua. Strizzarlo bene e metterlo in un mixer con i ceci, la cipolla e la carota a pezzetti, e frullare. Aggiungere al composto il pane grattugiato e gli anacardi. Frullare nuovamente fino a ottenere un composto sodo ed omogeneo. Trasferire il composto su un foglio di carta da forno e lavorarlo con le mani per dargli la forma di un salsicciotto. Arrotolarlo nella carta fermandolo ai lati. Cuocere in forno caldo a 200 gradi per circa un’ora. Nel frattempo, preparare la salsa mescolando lo yogurt con qualche goccia di tabasco, la senape e lo sciroppo di noce (o altro sciroppo dolcificante a piacere). Aggiungere qualche goccia di ketchup. Servire l’arrosto accompagnato dalla salsa. (“La taverna degli Arna”)

Crema Pasticcera vegana

crema pasticcera

Ingredienti

400 ml di latte di riso

40 gr di farina

70 gr di zucchero di canna

semi di un baccello di vaniglia

1 pizzico di zafferano

Procedimento

In un pentolino mettete tutti gli ingredienti tranne lo zafferano e accendete il fuoco a fiamma bassa; se non avete i semi del baccello di vaniglia potete utilizzare una bustina di vanillina; portate il composto a bollore mescolando con un cucchiaio di legno o con le fruste; non appena bolle aspettate un paio di minuti e spegnete. Aggiungete lo zafferano alla crema: serve per darle il classico colore giallo che altrimenti non ha.

 

 

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Le padelle già ce le ho http://rodeia.cucinare.meglio.it/padelle-gia-ce/ http://rodeia.cucinare.meglio.it/padelle-gia-ce/#respond Mon, 01 Sep 2014 10:54:19 +0000 http://rodeia.cucinare.meglio.it/?p=1739 padelleSapere di avere già delle pentole, di ottima qualità, che riempiranno i mobili della mia futura cucina mi rende paga di un senso di concretezza intangibile ed indefinita. Un pensiero in meno per quando avrò una casa. Le padelle sono il simbolo della colonizzazione di un territorio che ancora non c’è ma che ci sarà. […]

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padelle

Sapere di avere già delle pentole, di ottima qualità, che riempiranno i mobili della mia futura cucina mi rende paga di un senso di concretezza intangibile ed indefinita. Un pensiero in meno per quando avrò una casa. Le padelle sono il simbolo della colonizzazione di un territorio che ancora non c’è ma che ci sarà. É come se, fatte le padelle, occorra dargli un ricovero. Sì è vero, avrebbero potuto albergare nel mobile della cucina di mia madre che ha preferito però dar loro una sistemazione temporanea, riponendole in cima ad un grosso armadio, dove alloggiano relitti ad un passo dalla rottamazione o disintegrazione totale; le padelle ancora incelofanate e impacchettate, invece, sono in attesa di tutt’altro avvenire; l’alto ripiano dell’armadio è la zona di transito prima di ascendere al pensile, vecchio o nuovo che sia, dove sosteranno mentre il buio, la penombra e la luce si alterneranno.

Le padelle sono la prova  dell’esistenza di uno spazio inesistente, lo stimolo a realizzarlo, la prima pietra del tempio che segnerà la conquista della terra promessa. Un giorno avverrà una migrazione, ecco che ha avuto inizio la scelta e l’imballaggio di ciò che sarà necessario portare. Non è più solo un’immagine dal futuro sfumata e confusa, intravedo finalmente uno scorcio della mia casa, forse rubato al passato, ma lo vedo. L’immaginazione ha cominciato a cedere il passo alla realtà; se i mobili, la stanza, la casa, sono ancora tutti da fare, le padelle ci sono, lucenti,intatte e piene di aspettative.

Le padelle sono il primo pezzo del corredo: il ripiano del grande armadio prende il posto della cassa dove lenzuola, asciugamani, tovaglie sono riposti nell’attesa di essere un giorno spiegate e distese sulle varie superfici domestiche.  Mia madre non ci pensa nemmeno più a preparare il mio corredo, avendo ormai perso ogni speranza che un giorno mi sposerò; e così, per impedire che set da bagno e camera da letto, coperte e pentole acquistate dieci anni prima in una promozione televisiva, si logorassero nella loro eterna verginità, con una scusa o con un’altra, li ha passati a mia sorella che di sicuro li avrebbe esplorati.

Sinceramente, non rimpiango il mio corredo ormai andato, mi ha sempre messo un po’ a disagio l’idea che della roba, a me totalmente sconosciuta, un giorno me la sarei ritrovata nella mia casa, è come convivere con degli sconosciuti. Lo avrei apprezzato maggiormente se fossi stata resa partecipe nella scelta e selezione degli elementi che lo compongono, e mi sarei ancora di più entusiasmata se la sua esistenza non dipendesse da quella di un futuro matrimonio. Insomma, il termine corredo, nonostante suoni gravido di un passato incefalonato che sa di naftalina, potrebbe fare proseliti se rappresentasse il primo passo verso la costruzione della propria indipendenza, a prescindere dall’evolversi dello stato civile.

Le padelle rientrano in quello spazio fantastico in cui mi muovevo quando ero una bambina e giocavo con le pentoline; rappresentano l’illusione  del possesso di uno spazio tutto tuo. All’epoca bastava occupare un angolino della vecchia baracca con un piano cottura disegnato su un cartone per credere di avere una casa propria, dove esercitare un controllo esclusivo; oggi, basta ancora meno: basta possedere delle padelle di altissima qualità e una fantasia irrequieta, bramosa di realtà, spicca il volo.

Credo che l’irrequietezza non si placherà entro breve, alla fantasia toccherà ancora lavorare e tanto prima di cedere definitivamente il passo alla realtà funestata da mostri come disoccupazione, deflazione, che rendono sempre più complicato il passaggio. Intanto le padelle ci sono!

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Il triangolo del piacere http://rodeia.cucinare.meglio.it/isabel-allende/ http://rodeia.cucinare.meglio.it/isabel-allende/#respond Thu, 07 Aug 2014 09:25:42 +0000 http://rodeia.cucinare.meglio.it/?p=1720 isabelle allendeLeggere e mangiare sono due piaceri che uniti danno vita ad una bomba di voluttà. In un rapporto di reciproco stimolo, il legame tra queste due passioni è molto più forte di quanto pensiamo. Quante volte in un libro, leggendo di un piatto o della descrizione di un gustoso banchetto, sentiamo che un piacere crescente […]

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isabelle allende

Isabel Allende

Leggere e mangiare sono due piaceri che uniti danno vita ad una bomba di voluttà. In un rapporto di reciproco stimolo, il legame tra queste due passioni è molto più forte di quanto pensiamo. Quante volte in un libro, leggendo di un piatto o della descrizione di un gustoso banchetto, sentiamo che un piacere crescente e incontrollabile s’impadronisce di noi. E così per una strana e misteriosa alchimia, la lettura si fa gusto e il cibo diventa cultura. Tutto è cominciato così, con queste parole che spavalde dichiarano il rapporto voluttuoso che esiste tra cibo e letteratura, due piaceri strettamente implicati con il sesso, in un triangolo i cui vertici intrattengono una relazione transitiva, dove se (la letteratura) è in relazione con (la cucina), e b è in relazione con c (il sesso), a, allora, è in relazione con c. Schema che si ripete nel libro di Isabel Allende Afrodita (1997) che mettendo insieme racconti, ricette e altri afrodisiaci, afferma senza alcun inibizione e senso di colpa, il piacere assoluto del cibo, del sesso e della letteratura. Piacere che si amplifica spropositatamente quando i tre angoli confluiscono in uno solo, fondendosi tra di loro. Il libro della Allende trasuda di amore per il piacere carnale;  con rimpianto evoca  i fastosi banchetti romani, strabordanti di leccornie di ogni genere, annaffiati da vini di prima qualità, al cui intrattenimento ci pensavano gladiatori e fenomeni da baraccone, alle prese con piaceri che oggi chiameremmo perversioni. Prima che l’avvento del cristianesimo e del medioevo spazzasse via tutto e diffondesse quella morale  che se da un lato ha garantito i diritti a milioni di persone, dall’altro ha contribuito a rendere la nostra vita più infelice. E se nel Medioevo occidentale il corpo era oscurato da un’anima che per meritarsi la grazia divina doveva rinunciare ad ogni manifestazione fisica, in quello orientale, per esempio nella letteratura giapponese dell’XI secolo, abbondano i racconti in cui l’erotismo occupa un ruolo di primo piano ed il corpo riacquista centralità e dignità, perché  veicolo di emozioni. Nel racconto Morire di profumo, di Lady Onogoro, una donna per vendicarsi dell’infedeltà del suo amante lo conduce nella stanza di miscelazione dei profumi con il pretesto di creare una fragranza speciale per il loro amore. In realtà, la donna, alterando i dosaggi delle varie essenze, provoca nell’uomo un vortice di emozioni negative dall’effetto autodistruttivo. Il ginestrone lo scoraggia, la clematide lo confonde, la mela cotogna lo convince di essere sporco, la senape lo rende malinconico, il trifoglio lo tormenta con l’invidia, la rosa selvatica lo convince di essere pazzo, il castagno gli suscita apatia, non curandosi più di vivere o morire, preferendo comunque la morte. Per porre fine alle sue sofferenze, implora l’amante di somministrargli una dose letale  e l’amante mossa da compassione, gli lascia cadere una goccia di aconito sulla lingua. Un altro racconto di Lady Onogoro è Il pesce freddo, questa volta il senso esaltato è il tatto. Hanako, una bella ed ingenua fanciulla, ha un fidanzato un tantino schizzinoso che le impone, prima di qualsiasi contatto fisico, di assisterla mentre si lava per accertarsi che la depilazione sia integrale e che ogni millimetro della sua pelle sia lavato. E nonostante ciò, preferisce fare l’amore indossando un paio di guanti. Nel giardino della giovane c’e uno stagno che ospita una carpa. Spesso Hanako, seduta sulla riva, la chiama per giocare insieme. Una notte, umiliata dall’ennesima ispezione igienica del fidanzato, Hanako scoppia a piangere sulle rive dell’acquitrino; la carpa, che non esita a soccorrerla, comincia a succhiarle le dita mentre sfiorano l’acqua. Hanako, colta da un piacere inaspettato ed irrefrenabile, immerge l’altra mano ed i piedi. Con metà del corpo ricoperto dall’acqua, il pesce comincia ad accarezzarle il ventre con le squame; Hanako si lascia trasportare scoprendo un piacere nuovo, sublime, mai provato con nessun altro uomo, fino ad abbandonarsi al sonno, felici, sotto lo sguardo delle stelle. Questo bellissimo racconto oltre ad esaltare come con il solo tatto si possa vivere una subliminale esperienza sessuale, senza alcuna penetrazione, allo stesso tempo celebra i poteri afrodisiaci del pesce. Vi ricordate della bouillabaisse? L’abbiamo cucinata in occasione della special edition sulla cucina provenzale. L’Allende  ci  racconta che sia stata ideata da Venere per rendere più focose ed eccitanti le prestazioni di Vulcano. La variante cilena è nota come Zuppa di grongo, per la cui preparazione non c’è  bisogno di quell’enorme quantità e varietà di pesci previste per il piatto originale francese, ma basta semplicemente il grongo, questa grossa anguilla dei mari del Nord. Il procedimento ce lo illustra Neruda nella sua poesia.

Per quanto riguarda la carne l’Allende è piuttosto titubante circa i suoi poteri afrodisiaci, supportata da dati scientifici che sembrano dimostrare che i popoli la cui dieta è povera di carne siano molto più proliferi di quelli che ne fanno un abbondante uso. Ancor meno indulgente con caprini, cacciagione, conigli, maiali, agnelli, testicoli, fegato e rognone. Il rognone di bovino, dice l’Allende, ha il solo merito di salvare da un fallimento certo la cucina britannica grazie alla famosa steak and kidney pie. Un altro piatto della tradizione britannica che citerei è the king’s liver, di cui abbiamo parlato nella special edition dedicata alla English breakfast. Simon Madjumar, autore del libro a cui ci siamo ispirate, come l’Allende, ricorda che in passato il fegato era considerato la parte più buona perché considerato centro propulsore di energia e vita.

Decanta invece, a pieni polmoni, il potere erotico del pane, simbolo di fertilità. Se l’Allende cita un racconto di Maupassant, come riferimento letterario, noi ne abbiamo parlato a proposito de la Luna ed i falò di Cesare Pavese, proponendo la ricetta del Parruozzo. In entrambi i casi, l’immagine del pane è legata al mondo rurale. Nel racconto dello scrittore francese, una giovane contadina si lascia andare a pensieri proibiti mentre spia il fornaio intento a lavorare il morbido e corposo impasto; nel nostro articolo, Sacra è la terra madre e padrona, il parruozzo è citato in relazione alla cucina povera del mondo contadino di un tempo; insieme alla polenta costituiva il pasto dei nostri nonni nei rigidi inverni. Ed un altro piatto a base di pane, proposto recentemente, è l’Acquasèle, tratto dal romanzo di Ilaria Goffredo Tregua. Durante la seconda guerra mondiale, in Puglia, il pane duro veniva bagnato e poi condito con il pomodoro, l’olio e l’origano.

Caterina di Russia, invece, era ghiotta di uova, oltre che del piacere in tutte le sue declinazioni. Fu sostenitrice degli intellettuali europei del tempo, con i quali intratteneva una fitta corrispondenza. Sembra che grazie all’ausilio dei suoi ufficiali si sbarazzò precocemente del marito, potendosi così dedicare spensieratamente ai suoi amanti; ninfomane a tal punto da essersi portata al letto addirittura un cavallo. L’imperatrice russa soleva fare colazione con vodka e omelette di caviale, che fossero le uova con il loro potere afrodisiaco ad ispirarla?  D’altronde anche noi abbiamo proposto le omelette a proposito di Madame Bovary che più volte cade vittima del piacere, mandando a farsi benedire tutti i principi e i doveri morali, infedele a Charles ancora prima di sposarlo. Dopo una breve parentesi mistica, in cui sembra aver seppellito le antiche (ataviche) tentazioni, ricadrà vittima dei suoi mali(?); a questo punto ci domandiamo se tali fossero, alla luce della sfrontata difesa dell’Allende del piacere e soprattutto della sua non relazione con il peccato.

Abbiamo voluto celebrare così il nostro primo anno di vita, lasciandoci trascinare dalla spensieratezza e gioia di vivere di una grande scrittrice contemporanea che, prima ancora questo blog nascesse, aveva già intuito il legame esistente tra cibo, letteratura e sesso celebrandolo senza alcuna inibizione o preconcetto.

Direttamente dal suo ricettario:

CALIFORNIANA DI SPINACI

CALAMARI LUCULLIANI

POLLO ALLEGRO

SPUMA DI VENERE

Sono piatti molto freschi, adatti per l’estate. La californiana di spinaci è un’insalata  semplice da preparare e soprattutto salutare, prevedendo oltre agli spinaci anche la frutta e la ricotta. Abbiamo scelto poi una portata di mare ed una di carne:  i calamari luculliani, equivalenti dei calamari ripieni, con qualche piccola variazione ed il pollo allegro, reso ancora più festoso dalla presenza della pancetta.

E per concludere, il dolce, con la Spuma di Venere, un bel frullato di frutta, ideale per chiudere un pranzo in un giorno d’estate.

Californiana di spinaci

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Ingredienti

-500 gr di spinaci crudi senza gambi
-250 gr di ricotta o robiola
-3 fette di pancetta tritata
-3 cucchiai di olio di oliva
-1 cucchiaio di aceto
-sale e pepe bianco

Procedimento

Lavare e asciugare gli spanci, tritarli e unirli alla ricotta schiacciata. A parte tostare la pancetta e unirla agli spinaci.
Preparare un condimento con olio, aceto, sale e pepe e versarlo sugli spinaci amalgamare il tutto e guarnire con delle noci o arachidi tostati.
Servire.

Calamari Luculliani

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Ingredienti

-4 calamari di medie dimensioni
-250 gr di spinaci bolliti
-mezza tazza di latte
-2/3 fette di pane raffermo senza crosta
-1 rosso d’uovo
-3 cucchiai di olio evo
-2 cucchiai di burro
-1 cucchiaio di scalogno tritato
-sale e pepe q.b.

Procedimento

Mettere le fettine di pane in ammollo nel latte. In una padella far soffriggere lo scalogno con sale e pepe e unire gli spinaci, aggiungere il pane completamente sfatto e il rosso d’uovo, mescolare bene e aggiungere i tentacoli dei calamari sminuzzati insieme al burro. Far cuocere per 5 minuti mescolando fino ad ottenere un impasto omogeneo. Farcire i calamari, chiudere con uno stuzzicadenti e riporli in una pirofila con olio e una spruzzata di vino bianco, cuocere in forno preriscaldato a 200º per 15/20 min c.ca.

Pollo allegro

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Ingredienti

-8 cosciotti di pollo
-2 cucchiai di olio evo
-2 fette di pancetta affumicata tagliata a pezzettini
-1 spicchio d’aglio
-2 pomodori grandi tagliati a rondelle
-1 cucchiaio di aceto
-1/2 chilo di spinaci freschi, le foglie
-sale e noce moscata

Procedimento

Soffriggere la pancetta e i pezzi di pollo fino a farli rosolare, unire l’aglio e l’aceto e lasciare cuocere per un quarto d’ora a fuoco basso. Trasferire il pollo in una teglia o pirofila ricoprire con le foglie di spinaci e le fettine di pomodoro. Far cuocere in forno per altri 15 minuti.

Spuma di Venere

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Ingredienti

-1 banana
-1/2 mela
-il succo di mezza arancia
-1 kiwi sbucciato
-1 chiara d’uovo
-4 cucchiai di zucchero
-1 cucchiaio di succo alla menta o liquore
-2 fettine sottili di limone
-il succo di mezzo limone

Procedimento

Sbucciare la frutta e unirla agli altri ingredienti in un frullatore (tenere da parte le fettine di limone) frullare il tutto alla massima velocità e versare in delle coppette o bicchieri, guarnire con le fettine di limone e magari qualche fogliolina di menta.

 

Prima di chiudere affidiamo a Pablo Neruda la descrizione del procedimento per la preparazione della bouillabaisse cilena:

Nel mare

tempestoso

del Cile

vive il rosato grongo,

gigante anguilla

dalla nivea carne.

E nelle pentole

Cilene

Sulla costa,

nacque la zuppa

gravida e succulenta,

Portate in cucina

Il grongo spellato,

la sua maculata pelle recede

come un guanto

e allo scoperto rimane

allora

il grappolo del mare

il grongo tenero

splende

ora nudo,

preparato

per il nostro appetito.

Adesso

prendi

dell’aglio,

e per prima cosa accarezza

questo avorio pregiato,

odora

la sua fragranza iraconda,

allora

lascia che l’aglio tritato

cada con la cipolla

avrà un colore dorato.

Nel frattempo

cuoceranno con il vapore

i regali gamberi marini

e quando saranno arrivati

al punto giusto,

quando si sarà rappreso il sapore

in un intingolo

formato dal succo

dell’oceano

e dall’acqua chiara

che sprizzò la luce della cipolla,

allora

che entri il grongo,

 e si sommerga nella gloria,

 che nella pentola

si inolii,

si contragga e si impregni.

Ora è solo necessario

lasciare che sulla pietanza

cade la crema

come una rosa densa,

e al fuoco

lentamente

consegnare il tesoro

fino a quando nella minestra si siano riscaldate

le essenze del Cile,

e sulla tavola

arrivino, sposi novelli,

i sapori

del mare e della terra

in modo che in questo piatto

tu conosca il cielo.

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Nicola Pugliese

Nicola Pugliese

Non ci ho messo molto per capire che nessuna calamità avrebbe colpito la città di Napoli dopo quattro giorni di pioggia ininterrotta, nel romanzo di Nicola Pugliese Malacqua quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un accadimento straordinario (1977)O forse qualcosa sarebbe accaduto, un cataclisma dalle incommensurabili conseguenze, ma non è dato sapere perché il libro termina prima. Un confine nebbioso che divide l’enigma dalla malinconia, attraversa il romanzo. È l’enigma nell’enigma perché se da un lato ci si interroga sull’origine e soprattutto le conseguenze di questa pioggia straordinaria, scalpitanti di sapere se mai cesserà, dall’altro lato ci si domanda quale sia la vera intenzione dell’autore: catalizzare l’attenzione sull’evento in sé generando suspense oppure il fenomeno meteorologico è solo la metafora leopardiana dell’attesa in cui si consuma la vita di ciascuno di noi. Nonostante la sua accidentalità ed eccezionalità, l’evento acquista una dimensione sempre di più ordinaria, il cui fine ultimo è ricordare agli uomini che sono in attesa. Ma disturbare l’orecchio umano con un rumore inusuale e opacizzare la vista con il grigio moto della pioggia, non sono sufficienti a risvegliare le intorpidite coscienze umane, manca la paura, quella della morte. Oggi, sempre più spesso, i media parlano di precipitazioni abbondanti, dalla portata straordinaria, a proposito di alluvioni, frane, smottamenti; espressione puntualmente smentita dagli esperti meteorologi che riconducono tutto entro i parametri della normalità. Ciò significa che non è  tanto l’eccezionalità del fenomeno a provocare le  catastrofi, quanto l’incuria umana che si lascia cogliere “alla sprovvista” permettendo alla morte di irrompere improvvisamente.

La morte, infatti, è molto più generosa di quanto crediamo. Spesso e volentieri si annuncia prima di arrivare. Anche in Malacqua la morte si era annunciata, nelle strade dissestate e negli edifici pericolanti di Via Aniello Falcone e Via Tasso; man mano, però, smette di occupare una posizione di primo piano per diventare uno sfondo che tocca l’ambiente circostante senza mai danneggiarlo irreversibilmente. La pioggia che cade su Napoli, al di là dell’eccezionalità della sua durata, non è mai violenta, precipitosa. È una pioggerellina fine che permette, entro i limiti del possibile, di proseguire con la propria vita. L’autore non segue le vicende di un gruppo di personaggi legati da una trama, ma con uno stile documentaristico, di volta in volta, nel susseguirsi dei giorni, ci mostra il punto di vista di una persona differente, totalmente slegata dalla precedente. E di ognuna non mette in risalto la preoccupazione legata all’eccezionalità dell’evento, o la sua implicazione con esso, quanto la monotonia della quotidianità, scossa però dall’improvvisa impellenza di cambiarla. Tutti siamo in attesa che qualcosa di straordinario si verifichi nella nostra vita, la cosiddetta svolta; l’impossibilità che nel breve spazio di un’esistenza ciò accada, spesso è risolta dall’intervento di fattori esterni che danno una spinta al cambiamento. Certo è, che affinché la nostra vita cambi, i primi artefici dobbiamo essere noi, attraverso le scelte e le azioni che compiamo ……. ce lo siamo sentiti dire tante volte. Ciò nonostante spesso aspettiamo che un evento, che non dipende minimamente dalla nostre azioni, irrompa senza alcun motivo, per casualità, per volere del fato. Può essere qualsiasi la sua natura, anche meteorologica come in Malacqua, purché sia un segno che è giunta l’ora di darsi una scrollata e fare tutto quello che avremmo sempre voluto e che invece abbiamo continuamente rimandato; ma anche di dare libero sfogo alle emozioni, quelle più intime, recondite, moralmente imbarazzanti ed anche difficilmente spiegabili, sebbene perfettamente comprensibili alla nostra coscienza. Nulla spaventa più, rientra tutto in un disegno trascendentale che si serve dell’eccezionalità con il solo obiettivo di scuotere gli animi; così le inquietanti urla di una bambola, il magico e melodioso tintinnio  delle monetine di cinque lire, il mare che oltrepassa gli scogli e le ringhiere del corso e invade la passeggiata di Mergellina, non fanno paura perché la loro straordinarietà si spiega con l’annunciazione che qualcosa di grande sta per accadere.  Tanto, male che dovesse andare, subito dopo c’è la morte.  Anche se si fanno i dovuti scongiuri perché non tocchi proprio te, dato che tu vuoi vivere finalmente, hai in pungo te stesso ed i tuoi desideri a cui non sei più disposto a rinunciare. Un’inaspettata voglia di vivere ti eccita, la drammaticità dell’evento paradossalmente si tramuta in speranza, rappresentando uno spartiacque definitivo con la vita passata.  Le disgrazie di Via Aniello Falcone e di Via Tasso potevano essere evitate, se le autorità competenti fossero intervenute per tempo, ma questo è un dettaglio, evidentemente doveva andare così. Il popolo più che gridare la colpevolezza delle varie istituzioni coinvolte, pretendendo che paghino per le loro responsabilità, si sofferma ad interrogarsi sull’eccezionalità dell’evento, sulle cause sconosciute e misteriose che ne sono all’origine, pronto a captare e a decifrare ogni segno, con un approccio del tutto autoreferenziale. La pioggia è la proiezione meteorologica dello stato d’animo di una città che per combattere il tedio della quotidianità, inventa l’esistenza di “fatti strani”, inspiegabili, trascurando di curare (e prevenire) quelli reali, contemplando l’impotenza dell’uomo a cui non rimane che attendere che tutto passi e si ritorni alla normalità. Ed è proprio nel ripristino della consuetudine che si cela l’aspetto più drammatico, la morte non si vede  né si sente più; l’attesa, passata in secondo piano, si procrastina  e ci si crogiola nell’inerzia. Tanto prima o poi pioverà di nuovo. Come cantava Pino Daniele E aspiette che chiove…….

Quando anche mangiare è un’attesa

Se ci pensate bene anche il pranzo e la cena si consumano nell’attesa. Prendiamo i banchetti delle grandi cerimonie, o pranzi e cene che non rientrano nella routine quotidiana, fatti per un’occasione speciale, si comincia dall’antipasto che inganna l’attesa per il primo che a sua volta inganna il tempo in attesa che arrivino il secondo con il contorno che a loro volta sono il prodromo di una bella macedonia di frutta che un po’ drammaticamente, dato il livello di sazietà, preannuncia un altro, sebbene ultimo, evento, almeno per quel pranzo: il dolce. Il senso di appagamento dura poco, o comunque non a lungo, dopodiché ci si rimette nell’attesa del prossimo aperitivo, primo, secondo, frutta e dolce. Insomma ci si crogiola nuovamente nell’attesa.  Abbiamo così deciso di abbinare a questo articolo quei cibi sfiziosi che rendono piacevole l’indugio prima del  pranzo o della cena; soprattutto se per aperitivo o antipasto vengono serviti dei mini-muffin di patate farciti, grandi aspettative precedono l’evento che seguirà, la fantasia spicca il volo alimentando le papille gustative che già assaporano un piatto originale, gustoso, accompagnato da un buon vino; perchè il piacere dell’attesa sta nell’immaginare grandi cose.

Minimuffin di patate farciti

              20140626_171705_resized_1   20140626_171558_resized

-250gr di farina –

200gr di latte –

2 uova

-60gr di burro

-una patata bollita

-una bustina di lievito –

-sale

 

Per la farcia libero sfogo alla fantasia, quelli in foto sono con mortadella e fagiolini, emmental e peperoni e acciughe e pomodorini.

In una terrina sbattere le uova e aggiungere il latte e la patata bollita, pelata e schiacciata, amalgamare bene. In un’altra ciotola setacciare la farina e il lievito ed aggiungere il composto di uova, latte e patate. Amalgamare bene il tutto, aggiustare di sale e a questo punto aggiungere la farcia scelta, mescolare e inserire nei pirottini. Cuocere a 180º per 20/30 min.

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TUTTA COLPA DELLA VELOCITÀ http://rodeia.cucinare.meglio.it/tutta-colpa-velocita/ http://rodeia.cucinare.meglio.it/tutta-colpa-velocita/#respond Sun, 25 May 2014 12:39:18 +0000 http://rodeia.cucinare.meglio.it/?p=1686 Ilaria GoffredoOgni racconto, romanzo, consta di una storia e di una narrazione. Il rapporto  tra la durata della storia e la lunghezza del racconto è un indicatore della costante di velocità e delle sue variazioni, note come anisocronie. Per velocità s’intende il rapporto tra una misura temporale (la durata della storia) in secondi, minuti, ore, giorni, […]

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Ilaria Goffredo

Ilaria Goffredo

Ogni racconto, romanzo, consta di una storia e di una narrazione. Il rapporto  tra la durata della storia e la lunghezza del racconto è un indicatore della costante di velocità e delle sue variazioni, note come anisocronie. Per velocità s’intende il rapporto tra una misura temporale (la durata della storia) in secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni e la lunghezza del testo misurata in righe e pagine. Per ogni unità narrativa sono dedicate un determinato numero di pagine e righe. Per tre ore, dice Genette, in riferimento alla Recherche di Proust, sono state dedicate centonovanta pagine; al contrario per dodici anni solo tre righe. Al di là delle cifre che richiamano più una relazione scientifica che un articolo di letteratura, la cifra espressiva del romanzo di Ilaria Goffredo, Tregua, si esprime in una somma di unità narrative la cui velocità varia, in un’alternanza tra lento e veloce che si risolve nell’evocativo titolo che implora una pausa non solo dalla seconda guerra mondiale, ma anche e soprattutto dal contrasto, nel cuore umano, tra l’orrore a cui la guerra costringe ad assistere e a subire e la necessità di amare ed essere amati che, un regime dittatoriale, rende difficile soddisfare. Le due grandi unità narrative del romanzo sono la guerra e la storia d’amore tra la protagonista Elisa, una giovane e ingenua ragazza di Martina Franca, nella provincia tarantina, ed Alec, un aitante soldato dell’esercito inglese. Il racconto esordisce con una prolessi, appartenente all’unità narrativa della guerra, che in due pagine descrive gli attimi subito precedenti alla morte di Antonio, fratello di Elisa, che tenta di fuggire dal campo di concentramento in cui è stato deportato qualche mese prima, come scopriremo più tardi. Dopodiché ha inizio una lunga analessi che si ricongiungerà con la prolessi iniziale verso la fine del romanzo che preannuncia inoltre un prosieguo trattandosi, a quanto pare, di una saga. Sebbene l’unità narrativa della guerra corrisponda ad una velocizzazione del racconto, vale a dire che in termini di rapporto spazio-tempo, le pagine dedicate alla guerra sono di meno di quelle che raccontano la storia d’amore, la struttura sintattica è molto simile in ambedue le unità con una forte predominanza paratattica. Sembra che in entrambi i casi la scrittrice voglia impressionare velocemente il lettore, evitando di aggiungere particolari, circostanze, riflessioni, che ne distoglierebbero l’attenzione. La punteggiatura, la sintassi, le scelte lessicali, risultano tutte molto appropriate e frutto di un lavoro di ricerca, in cui nulla è lasciato al caso ma tutto finalizzato ad una ricezione immediata. È un romanzo in cui, anche nelle unità narrative più lente, prevale sempre la velocità. La descrizione ed il dialogo sono altrettanto paratattici. Sparse qua e là, ritroviamo di tanto in tanto delle analessi ripetitive, che gonfiano la narrazione con un effetto ridondante. La stessa riduzione del romanzo, quasi interamente, ad un’unica analessi che riconduce ai mesi subito precedenti alla prolessi iniziale, senza nessuna digressione, rinvio a situazioni anteriori, ad eccezione di sporadiche analessi completive, rende il racconto  precipitoso. La sua fruizione è immediata, non lascia spazio ad interrogativi, dubbi, ipotesi, perché tutto è risolto nel giro di poco.

Non nego che la storia mi abbia appassionata, la Goffredi è molto brava a raccontare le emozioni, sono stata coinvolta dalle vicissitudini amorose dei due protagonisti, attratta dalle loro personalità, un po’ come mi accadeva quando ero una bambina e poi un’ adolescente: amavo le storie piene di sentimento, non arzigogolate, semplici, in cui a fare tutto è lo scrittore. Credo, però, che la Goffredi abbia delle importanti potenzialità e che, da un punto di vista tecnico, possa spingersi oltre, sfruttando quell’offerta così ampia che la narratologia e la lingua ci mettono a disposizione, senza aver paura di deludere il lettore perché intercettato quello giusto non potrebbe che apprezzare.

La guerra: un vuoto allo stomaco

Le analessi completive presenti nel romanzo evocano piatti che Elisa cucinava per la sua famiglia prima che il conflitto mondiale incombesse. Come i panitti, soffici pagnotte bianche, sostituiti poi dal pane nero, il solo che circolava durante il periodo di guerra; e proprio una situazione così complicata e difficile, risalta il potenziale creativo della cucina. Elisa, infatti, nonostante la modestia degli ingredienti a disposizione s’ingegna per creare delle pietanze che stuzzichino il palato, affinché la guerra non cancelli del tutto un piacere che rischia di ridursi ad un mero esercizio di sopravvivenza. Come il dolce ottenuto con il granturco e una specie di zucchero particolarmente duro, nel tentativo di riprodurre un dolce del periodo anteriore alla guerra: Forse dolce non era la parola appropriata, dato che non poteva essere paragonato alla leccornia di fichi secchi con le mandorle, ma in quel momento si trattava di una piacevole aggiunta alla nostra dieta[…].

20140522_175650_resizedTranne queste brevi parentesi che aprono di tanto in tanto uno squarcio sulla vita passata, prevale poi una cucina povera, fatta dei pochi ingredienti che la protagonista riesce a racimolare al mercato del paese, grazie alle famose tessere annonarie. È una dieta in cui prevalgono per lo più zuppe di legumi, cicoria, patate, arrangiate alla bell’e meglio e servite in razioni molto limitate. Al massimo, quando i legumi non diventavano zuppe o purea, come quella di fave, erano mischiati alla pasta, ad esempio la pasta e lenticchie. C’erano giorni in cui neanche la pasta era possibile acquistare, allora con il pane raffermo si preparava l’acquasèle insaporito in una ciotola con acqua, origano, sale e olio. Per chi lavorava nei campi, i pasti si riducevano ulteriormente, limitandosi a qualche verdura fredda, o alla minestra, u’mestre nel dialetto locale. Solo nel periodo della mietitura, la massaia serviva la ricotta forte accompagnata dal vino versato in un unico cecenete, un contenitore in terracotta dalla bocca stretta.

Senza dimenticare tutti i cibi che Elisa mangerà di nascosto da suo padre grazie ad Alec che si rifornisce al mercato nero.

Insomma la guerra non toglie la fame, anzi l’acuisce, dolorosamente, è il grido disperato di un’umanità che chiede solo di vivere.

Minestra di pasta e lenticchie

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Ingredienti

-150 gr di lenticchie precedentemente tenute in ammollo
-300 gr di pasta mischiata
-sedano
-carota
-cipolla
-pomodoro
-olio evo
-sale q.b
-parmigiano

Procedimento

In una pentola lessare le lenticchie; a parte, in una padella, far rosolare il misto di carote, cipolle e sedano, aggiungere il pomodoro e lasciar cuocere. Poi unire le lenticchie e lasciar insaporire; dopodiché, allungare con dell’acqua calda, portare a bollore e aggiungere la pasta, lasciar cuocere a seconda dei tempi di cottura previsti per la pasta, una volta cotta spegnere il fuoco, aggiungere un filo di olio evo a crudo e una spolverata di formaggio, far riposare per un paio di minuti e servire.

Acquasèle

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Ingredienti

-Pane raffermo
-pomodori
-sale
-olio evo
-origano

Procedimento

Bagnare leggermente il pane con l’acqua tiepida, mettere nel piatto e strofinare con i pomodori, aggiungere il sale, un filo di olio e l’origano.

Purè di fave

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Ingredienti

-400 gr di fave sgusciate
-600 gr di acqua
– 1cipolla
-1 patata

Procedimento

Sgusciare le fave, privarle della pellicina e metterle in acqua fredda insieme alla patata e alla cipolla, coprire e lasciare cuocere fino a quando le fave non si sfaldano. Servire con le scarole o la bietola lesse e un filo di olio.

Pane nero

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Ingredienti

-500gr di farina per pane nero
-300gr di acqua tiepida
-25gr di lievito di birra
-un cucchiaio di olio evo
-sale

Procedimento

Versare la farina su di un tavolo da lavoro, fare un buco in mezzo e versarel’acqua con il lievito e un cucchiaino di zucchero. Lavorare l’impasto e aggiungere poi l’olio e il sale, continuare a lavorare fino ad ottenere un impasto liscio e uniforme. Far riposare l’impasto per 15 minuti e poi farlo lievitare per 3 ore circa. Trascorse le tre ore, prendere l’impasto e dividerlo in duo o più panetti, lasciare riposare per altri 30 minuti circa e infine infornare per 30/40 minuti a 200º.

Quando è cotto, sfornare il pane, farlo raffreddare e poi tagliare due o più  fette su cui spalmare la ricotta forte.

 

 

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