L’Africa, Paradiso o Inferno

L’Africa, Paradiso o Inferno
L’Africa, Paradiso o Inferno 5 1 Anonymous
L’Africain di J.M.G. Le Clézio

L’Africain di J.M.G. Le Clézio

L’Africa è allo stesso tempo il punto d’incontro e di rottura tra J.M.G. Le Clézio, autore del romanzo autobiografico L’Africain (2003), e suo padre.

Ogoja, il villaggio della Nigeria, dove il giovane Le Clézio trascorrerà alcuni anni della sua infanzia, è insieme il paradiso e l’inferno, a seconda che siano i suoi occhi o quelli del padre a guardarlo. Un rapporto fatto di incomprensione i cui contrasti però si perdono e si dissolvono in quello spazio infinito che è il continente africano.

L’Africa, giardino, paradiso in terra degli occidentali, sia buoni che cattivi. Terra generosa e ripugnante allo stesso tempo per questi ultimi che, investiti di un’autorità istituzionalmente e culturalmente riconosciuta, hanno il compito di incivilire le barbare e ingrate popolazioni locali che non meritano cotanta ricchezza, sfruttando solo una minima parte dell’immenso territorio che il buon Dio gli ha donato, commettendo così  un vero e proprio peccato. Occorre allora dargli una bella lezione, fargli capire cosa significhi vivere senza quella terra e per questo è necessario procedere con una terapia d’urto, privandoli delle risorse che gli spettano di diritto e lasciandoli morire nella fame, la povertà e la guerra. A quel punto, l’Africa smette di essere il paradiso in terra per trasformarsi nell’inferno da cui tutti i bianchi vogliono scappare per tornare nel loro bel mondo. Per i buoni invece, è l’archetipo della natura e della sua armonia, è il perenne passato del mondo, quello più immacolato, perché ancora incontaminato, lontano dal progresso. È l’infanzia, il fanciullino mai sopito della storia dell’uomo a cui, ad un certo punto, come una grande madre, bisogna ritornare per recuperare la propria essenza. Così, quando il padre dell’autore, vissuto nelle isole Mauritius, decide di esercitare l’attività di medico in Africa, vive un vero e proprio idillio all’inizio della sua lunga permanenza nel Camerun dell’ovest. Qui tutto segue, senza alcuna minaccia esterna, il ritmo severo e esigente della natura; anche l’amore raggiunge l’apoteosi affidandosi ai dettami della natura e non della società. È questa l’Africa che piace ai bianchi buoni, natura allo stato puro, rottura con la stressante e cinica società occidentale, una vacanza dalla vita fino a quel punto condotta, priva di immensi spazi verdi, del contatto con gli animali, fatta di colate di cemento, televisione, macchine, aerei, cibo in grandi quantità, inquinamento, immondizia. È questa l’Africa che ci piace, una cartolina dal paradiso, un rifugio temporaneo, una boccata d’aria fresca prima di ritornare al tram-tram giornaliero. Qualcosa, però, s’incrina nel padre dell’autore, l’Africa lo stanca, lo asfissia, lo deprime. L’occidente è giunto anche lì, attraverso le nuove strutture ospedaliere di Ogoja, nelle medicine che cominciano a circolare: l’altra faccia di ponente, quella che cerca di riparare ai danni ormai causati. È un’Africa che ha perso la sua identità, che non sa più chi è, a metà tra il suo essere natura e armonia da un lato e aspirazione al progresso dall’altro.  L’Africa è diventata, per il rigoroso medico, troppo seria, ha perso la spensieratezza da vecchia bambina quale è, non fa più da contraltare alla sua rigida educazione, caratterizzata da una ferrea disciplina militare. L’Africa gli aveva restituito l’ infanzia, il lato spensierato e goliardico della vita. Quando si è fatta triste, si è tramutata da natura allo stato puro a sofferenza assoluta, ha smesso di essere la fonte di allegra compensazione alla sua durezza, fino a farlo arrendere. L’arrivo dei suoi figli lo ha reso inoltre geloso, questi hanno osato impossessarsi della sua  visione dell’Africa, così come gli era parsa  all’inizio, appena arrivato. È costretto quotidianamente a confrontarsi con le meravigliose scoperte fatte dai ragazzi che recuperano il lato spensierato, selvaggio della grande madre, negli eserciti di termiti e formiche, un micro mondo in cui rifugiarsi e dinanzi a cui inchinarsi perché i veri ed incontestabili  padroni di quella terra. L’Africa, attraverso gli occhi del piccolo Jean Marie ridiventa immaginazione, memoria, sogno, contribuendo inconsapevolmente all’inasprimento delle ostilità tra padre e figlio che, solo a distanza di anni cederà il posto alla comprensione della perdita subita dal padre, in bilico tra il paradiso e l’inferno.

Ciò che accomuna i buoni e i cattivi è la sottrazione di energie ad una terra che sembra una fonte inesauribile … fino a quando? E noi occidentali cosa le diamo in cambio?

Zeppole con le patate aromatizzate al liquore Strega

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Ingredienti

100 g di patate

Mezzo chilo di farina

4 uova

50 g di burro

1 cubetto di lievito

1 bustina di vanillina

2 cucchiai di zucchero

1 cucchiaio di liquore “Strega”

Procedimento

Lessare le patate e passarle. Aggiungere la farina, la vanillina, le uova, il burro sciolto con il lievito, lo zucchero e il liquore Strega. Impastare fino ad ottenere un impasto morbido e compatto. Tagliare delle spesse fette, allungarle fino ad ottenere delle strisce non troppo lunghe e dargli la forma di un tarallo.

Farle crescere per un’ora. Friggere in abbondante e bollente olio di semi di arachidi. Dopo averle fritte, ancora calde, immergerle nello zucchero aromatizzato alla cannella.