Una lunga quotidianità: Matilde Serao ieri come oggi

Una lunga quotidianità: Matilde Serao ieri come oggi
Una lunga quotidianità: Matilde Serao ieri come oggi 5 1 Anonymous

matilde serao

Quando leggi un articolo, un romanzo, un saggio o un romanzo-saggio della Serao sembra di avere il giornale aperto su una pagina di cronaca, politica, costume, società attuali. Non un’espressione di stupore scende sul viso del lettore a cui si manifesta un’unica ma amara rivelazione: cento anni fa questo paese non era tanto diverso da quello che è oggi. Ciò significa che la sua evoluzione è avvenuta a passo di bradipo, protagonista di cambiamenti dovuti piuttosto alla necessità, ad un certo punto, di dover cambiare senza che però quei mutamenti siano stati realmente voluti e cercati. In un simile contesto Matilde Serao diventa l’interlocutrice ideale, nella duplicità semantica del termine: vale a dire inesistente e perfetta allo stesso tempo. Una smania inappagabile di incontrarla per parlarle da vicino, interrogarla, esprimere il proprio assenso alle sue osservazioni e riflessioni, ti prende. Finalmente c’è qualcuno che comprende, che si fa interprete delle tue amarezze, delusioni, ingiustizie, di ciò che i tuoi occhi vedono e la tua anima sente. E così una comunicazione virtuale che supera la distanza temporale, ha inizio, e cominci ad avvertire un senso forte della realtà, di cui hai meno paura perché sai che c’è qualcuno, non sei solo. Ecco il primo involontario messaggio di Matildella, come veniva spesso chiamata. Matilde quando scrive, soprattutto articoli e saggi, non conserva la freddezza, la distanza, l’impersonalità, responsabili molte volte di quel vuoto che s’interpone tra il giornalista ed il lettore. È prima di tutto una persona che partecipa attivamente alla realtà che sta descrivendo sebbene talvolta non le appartenga; la scrittura non è il fine ultimo ma il mezzo attraverso il quale poter manifestare il suo dissenso ed eventualmente proporre delle soluzioni. Il tono è pregno di materna preoccupazione, rammarico, partecipazione; il linguaggio privo di tecnicismi, si carica di un contenuto sapientemente ingenuo. Per Matilde il discorso è sempre molto semplice, non cela alcuna complessità. Per arginare la povertà e il degrado nei quartieri alle spalle dell’elegante rettifilo, a Napoli, occorre che i napoletani possano pagare il pigione delle case messe a disposizione dal comune. Attraverso Il Ventre di Napoli, che abbraccia un ventennio, Matilde grida con «un’anima solitaria e ardente di passione, pel suo paese, come è la mia, […]» perché una piccola parte dei soldi destinati a rendere Napoli più attraente per gli stranieri, non viene indirizzata al risanamento dei miserabili quartieri alle spalle dell’elegante rettifilo, ancora privi di acqua, luce, sommersi dall’immondizia ed dal sudiciume; perché con quei soldi non si ristrutturano i conventi ormai abbandonati rendendoli alberghi ospitanti i poveri, grida forte Matilde: «[…]pochissimo di questo denaro dedicarlo, saviamente, mitemente ma costantemente, a creare delle modicissime, modestissime non case, ma stanze, stanze per il popolo!». Viene spontaneo allora pensare ai soldi che il “povero” comune di Napoli, negli ultimi anni (America’s cup, il concerto di Elton John in piazza del Plebiscito), giusto per dare dei riferimenti attualissimi, ha speso in opere di indiscusso contenuto culturale ma che non hanno risolto gli innumerevoli problemi della città dove l’immondizia è ancora una piaga, il sistema dei trasporti pubblici è disastroso, il traffico è indomabile, la sicurezza ancora non può essere assicurata, la disoccupazione tocca perennemente livelli stratosferici, l’inquinamento regna sovrano. D’altronde Matilde s’imbestialisce quando si permettono di dire che il comune di Napoli è povero, non ha soldi da investire nelle scuole, negli asili, nella pulizia perché quei quattrini magicamente si materializzano quando occorre realizzare una fontana in uno dei quartieri più chic della città. Magicamente, è questo l’avverbio adatto, che racchiude in sé, le modalità di sopravvivenza di un popolo, la sua filosofia di vita.  Il sistema economico della città si fonda su di un magico triangolo alla cui sommità troviamo il lotto alimentato dall’usura e dalla cabala. Si vive nell’ attesa che la sorte ti assista, mandandoti il denaro necessario per risolvere i tuoi problemi, nel settimanale rinnovamento della speranza che non fa che aumentare i debiti, rinfacciandoti che la realtà è un’altra. Così, personalità appartenenti sia al popolo, che alla nobiltà e alla borghesia, accecati dal miraggio di una vita fatta di agi e ricchezza, cadono in disgrazia, in un destino che li rende uguali: deboli e perduti. Ma ciò che più di tutto stupisce sia leggendo le opere di Matilde sia vivendo la città in prima persona è l’ambizione forte, l’implacabile aspirazione a vivere secondo uno stile di vita danaroso, la cosiddetta bella vita, richiedente il minimo sforzo e il massimo piacere. Quasi come se si trattasse di un bisogno vitale, irrinunciabile. Una smania che colpisce tutte le classi sociali, indistintamente. Riccardo Joanna ciò che rimpiange maggiormente della sua infanzia è il lusso che, senza poterselo permettere, gli faceva vivere suo padre, uno squattrinato giornalista che s’indebitava quotidianamente per mangiare nelle più illustri trattorie, bere il cognac nei caffè più lussuosi. Sceglierà di diventare giornalista, Riccardo, per vivere una vita fatta di un’apparenza luccicante, raffinata, signorile; quando comincia a scrivere per i vari giornali di Roma il suo interesse principale è andare a caccia di donne ricche e aristocratiche che gli consentano di accedere ai luoghi consacrati alla ricchezza, indebitandosi di volta in volta, senza mai rinunciare a nessuno dei suoi capricci. Sebbene rispetto al Bel Ami di Maupassant, possieda talento e non avrà bisogno delle donne per raggiungere il successo, l’obiettivo è lo stesso: il giornalismo come mezzo attraverso il quale vivere una vita lussuosa, dietro cui si cela però tutta la miseria di un mestiere che vive in balia di fattori che non hanno nulla a che vedere con la sua nobile essenza espressa tramite la parola. La vita di Riccardo trascorre sulla scia di una contraddizione irrisolvibile, il prestigio che questo lavoro gli procura e la miseria in cui lo getta in continuazione. Ma rinunciare significherebbe abdicare in favore dell’anonimato, dell’esclusione, dell’emarginazione. Riccardo Joanna, spesso autobiografico, descrive perfettamente le condizioni del giornalismo in Italia, incapace di crearsi un’indipendenza finanziaria e di conseguenza di pensiero, rispetto alla politica, ma racconta anche di un popolo che, nonostante oggi sia alfabetizzato rispetto ad allora, non riesce a prendere la sana abitudine di acquistare o abbonarsi ai giornali. Il grido di Matilde si espande ed investe tutta la penisola di cui denuncia pecche, se così si possono chiamare, che ancora oggi sentiamo ripetere come una cantilena nei vari talk-show politici oppure sui vari quotidiani e riviste, testimonianza che la crisi è forse il tappeto sotto cui si vogliono nascondere problemi esistenti sin dalla nascita del regno d’Italia, di cui Matilde vive gli anni immediatamente successivi.

Alla mia interlocutrice ideale mi piacerebbe far sapere che le cose sono cambiate, che le sue lotte a colpi d’inchiostro hanno portato importanti mutamenti ma purtroppo non è così. Posso però raccontarle della potenza della sua scrittura, ancora calda, vibrante, pulsante di vita, tale da far sembrare i suoi articoli freschi di giornata, da suscitare profonde emozioni e soprattutto da far venir la voglia per i più appassionati di scrivere, per tutti gli altri di non scappare via.

MAI FEMMINISTA, SEMPRE DONNA

L’atteggiamento materno che trapela dagli scritti della Serao rispecchia i suoi ruoli di moglie e di madre a cui non rinuncerà mai, nonostante le quindici ore di lavoro quotidiane. Due ruoli che convergono in quello spazio domestico da cui mai scapperà, partecipando attivamente ai lavori di casa, tra i quali naturalmente la cucina. Nel Ventre di Napoli, per la precisione nel secondo capitolo, la scrittrice offre una dettagliata descrizione delle abitudini culinarie dei napoletani. Che se da un lato tradiscono una certa intimità e confidenzialità di Matilde con la cucina, dall’altro sono il simbolo della creatività e fantasia di un popolo, a cui non si può certamente rimproverare la mancanza d’ingegno. Inoltre il capitolo è una preziosa fonte storica che ci informa su alcune caratteristiche di vendita gastronomica dell’epoca. Come i banchi dei maccaronari, si tratta di caldaie e pentole all’aperto, esposte dinanzi all’osteria, dove bollono la pasta e i vari condimenti. E tra i primi piatti più celebri della cucina partenopea, c’è la pasta e patate, le cui origini sembrano affondare proprio nei vicoli stretti e unti del centro storico, dove con la pasta raschiata dal fondo dei cartoni, chiamata appunto monnezzaglia, si cucinava il pranzo. Oppure chi non aveva davvero nulla, bagnava il suo tozzetto di pane secco nell’acqua bollita del vicino. Come secondi ricordiamo il golosissimo soffritto fatto con carne di maiale, olio, pomodoro e peperone rosso, o la pizzaiola, carne affogata in salsa di pomodoro e che vi proponiamo. Anche per quanto riguarda i contorni, la scelta nella produzione seraiana è davvero ampia. Dai panzerotti, frittelline di carciofi o di torsi di cavolo, che affollano ancora oggi le vetrine delle pizzerie, passando per la celebre scapece fatta con le zucchine o le melanzane, per arrivare alla stuzzicante spiritosa: «la spiritosa è fatta di pastinache gialle, cotte nell’acqua e poi messe in una salsa forte di aceto, pepe, origano e peperoni. L’oste sta sulla porta e grida: addorosa, addorosa, a’spiritosa!» Testuali parole di Matilde. Non avendo a portata di mano le pastinache, abbiamo preparato la nostra spiritosa con le carote.

Potremmo andare avanti ancora per molte pagine, Il paese di cuccagna è un’altra generosa fonte, dispensatrice di tipicità napoletane, basti solo pensare al battesimo di Agnesina, fglia di Cesare e Luisa Fragalà, proprietari un’antica pasticceria, per rendersi conto di quanto il cibo non solo per i napoletani ma per il meridione sia l’anima di ogni occasione, persino la morte di qualcuno. Ma qui bisognerebbe scrivere un libro a parte e già la sento la voce di Matilde che, attraverso le parole, drammatizza le sue descrizioni.

MINESTRA DI PASTA E PATATE(ingr.x 6 ):

Pasta e patate          Pasta e patate 2

-800gr.di patate
-450gr.di pasta mista
-100gr.di pancetta
-1 cipolla
-mezza carota
-1 costa di sedano
-qualche rametto di prezzemolo
-4 cucchiai di olio
-2-3 pomodori pelati
-1 litro di brodo vegetale
-50gr di provola
-formaggio grattugiato
-sale e pepe

Tritare insieme la cipolla, la carota, il sedano, la pancetta e il prezzemolo, trasferire il tutto in una casseruola oppure in una pignatta di terracotta con l’olio e far soffriggere a fiamma moderata.

Aggiungere i pomodori e le patate precedentemente lavate, sbucciate e tagliate a dadini, il sale  e il pepe.

Amalgamare e far cuocere per qualche minuto.

Aggiungere il brodo caldo e lasciare cuocere sempre a fiamma moderata per una mezz’ora.

Successivamente versare la pasta e  portare a cottura.

Una volta pronta, aggiungere la provola grattugiata o a pezzetti ed il parmigiano, amalgamare bene e lasciar riposare per un minuto.

COSTOLETTE DI MAIALE ALLA PIZZAIOLA:

Costoletta di maiale          Costoletta maiale 2

-4 Costolette o braciole di maiale

-un barattolo di pelati

-5 cucchiai di olio evo

-2 spicchi di aglio

-1 cucchiaio di origano

-sale e pepe

Condire le costolette con un po’ di sale e pepe.

In una padella far scaldare l’olio e l’aglio.

Adagiare le costolette nella padella e far cuocere ambo i lati a fiamma viva.

Versare i pelati sulle costolette e aggiungere l’origano, il sale e il pepe.

Coprire e lasciar cuocere fino a quando il sugo non si sarà rappreso.

CAROTE ALLA SCAPECE:

Carote alla scapece         Carote alla scapece 2

-300 gr di carote

-aglio

-sale

-origano

-peperoncino

-olio evo

-mezzo bicchiere di aceto

-mezzo bicchiere di acqua

Lavare, pelare e lessare le carote; trasferirle in una terrina e dividerle in spicchi a seconda della loro grandezza.

Aggiungere l’aglio, il peperoncino e l’origano.

Versare sulle carote l’acqua e l’aceto precedentemente fatti sbollentare per una decina di minuti ed infine  l’olio. In questo modo le carote si possono conservare in frigo per qualche giorno.