Un oblio lungo quanto la vita

Un oblio lungo quanto la vita
Un oblio lungo quanto la vita 5 1 Anonymous
Doris Lessing

Doris Lessing

Finalmente dopo un lungo periodo, corrispondente alla durata della sua vita, Charles Watkins, professore all’università di Cambridge, nonché protagonista del romanzo di Doris Lessing, Discesa all’inferno (1971), recupera la memoria, risvegliandosi in seguito ad una prolungata fase letargica. Il suo risveglio significa però la cancellazione del ricordo dell’identità acquisita, della sua famiglia, della sua amante, del suo lavoro, di tutto ciò che fino a quel momento aveva rappresentato la sua esistenza. Naturalmente, dal punto di vista della società, viene subito tacciato di pazzia e ricoverato presso un ospedale  psichiatrico. Il professore non ha mai perso la ragione né tantomeno è mai entrato in uno stato vegetativo; sempre vigile, racconta dei suoi ricordi che si svuotano della profondità del “ciò che è stato” per divenire delle vere e proprie esperienze presenti in cui il professore si eleva dall’ordinaria condizione che vede il tempo dipanarsi secondo uno schema lineare e lo spazio costretto entro rigidi confini. E che ha come conseguenza la suddivisione del mondo in un reticolato composto da miliardi di caselle ciascuna delle quali corrisponde allo spazio del singolo individuo, che percepisce le due dimensioni, lo spazio e il tempo, come le unità di misura di un’esistenza in cui prevale l’io. Il professore è un eletto, un prescelto che ha avuto la possibilità di risvegliarsi e di smettere, anche solo per un attimo, di essere un puntino nel mondo e nell’universo per osservare dall’alto, da un cristallo dalla vaga evocazione olimpica, il mondo, il sistema solare, l’universo che rappresentano un unicum in cui ogni entità materiale, fino all’ultimo atomo, costituisce la parte indispensabile di un tutto, la cui energia è data dal sole che investe gli uomini e il mondo della sua luce. Watkins attraversa diverse dimensioni senza alcuno scatto temporale, prima è su un’imbarcazione, in mare aperto, in attesa del cristallo che pur arrivando non lo porterà con sé, e quindi è costretto ad abbandonare la nave, che affonderà, per cercare la salvezza che si realizza aggrappandosi ad una roccia e poi lasciandosi trasportare da una focena fino alla costa. Luogo disabitato ma popolato da animali, è la testimonianza dell’esistenza un tempo di una civiltà ormai distrutta, sostituita da strane specie animali che, come l’uomo, non fanno altro che combattersi, in un’irrazionale ferocia a cui fanno da eco i riti magici e barbarici delle streghe, dall’altra parte dell’isola, nella foresta. Ciò significa che si è verificata un’inspiegabile involuzione in quel luogo. Inspiegabile per l’archeologia e la storia che affermano la superiorità della moderna civiltà rispetto a quelle passate secondo uno schema che predilige una visione lineare e progressiva del tempo, in un rapporto di necessità, linearità vuol dire progresso. Quando il cristallo finalmente lo accoglierà, da lì il professore potrà osservare la terra dove tutti gli avvenimenti, gli spazi che solitamente percepiamo attraverso lunghe distanze si avvicineranno sempre di più, fino a diventare le particelle incastrate l’una all’altra di un tutto. Sulla navicella il professore parteciperà al convegno tenuto dagli dei per salvare l’uomo dal suo individualismo che lo ha condotto ad un progresso involutivo, cessando di pensare in prospettiva del noi e preferendo la visione dell’io. Ma non tutti gli uomini si sono lasciati contaminare in maniera irreversibile, in qualcuno la luce, seppur flebile, sopravvive cercando di venire fuori ed è il caso del professore che quella luce l’ha sempre avuta fino ad investirlo totalmente e a riportarlo alla realtà, anzi alla verità che gli altri si ostinano a voler identificare con la sua vita in quanto Charles Watkins. Una luce che non trova nel significato delle parole un canale per manifestarsi quanto piuttosto nel loro suono, perché i significati sono stabiliti dagli uomini, in un rapporto del tutto arbitrario tra significato e significante. E così succede che durante una delle sua tante conferenze, il professore risveglia qualcosa nelle persone del suo pubblico, in particolare una donna, che vivrà un’esperienza di piena illuminazione e veglia, in cui il suono supererà la forza del significato delle parole, in uno slancio di miglioramento della qualità di vita della futura generazione, che si sarebbe tradotto nell’istituzione di scuole speciali in cui dare ampio respiro alla curiosità e alla creatività dei bambini altrimenti prigionieri delle convenzioni sociali. Che li rendono sì dei buoni adulti, perché ossequiosi dei modelli che la società “suggerisce”, ma li condannano all’oblio e al sonno. Insieme a Rosemary Baines, Frederick, un archeologo, vivrà la stessa esperienza che avrà come ripercussione il rifiuto del suo lavoro prendendo atto dei meccanismi che lo dominano vale a dire quella visione lineare e quindi progressiva del tempo che non permette ad altre civiltà, provenienti da continenti meno evoluti, secondo la visione etnocentrica dell’occidente, di essere celebrate nella loro evoluzione.

Charles Watkins lascerà che la luce si affievolisca e ritornerà ad uno stato letargico, sottoponendosi all’elettroshock che lo riporta ad essere un individuo, in un tempo lineare e in uno spazio angusto.

Forse l’umanità non è ancora pronta a smettere di considerare il tempo un processo di causa-effetto dalle conseguenze necessariamente migliorative, per una visione d’insieme completamente presente. Un’umanità ancora troppo “affezionata”all’idea di progresso, anche se questo significa un oblio lungo quanto una vita.

Chi è arrivato per primo?

I piatti che stiamo per proporvi vogliono essere oltre ad un omaggio alle origini della scrittrice, nata in Iran, anche un proseguimento di quel discorso sullo smantellamento dell’assolutismo archeologico e storico sopra analizzato, proponendovi due piatti appartenenti alla tradizione gastronomica iraniana e turca: nun-e-berenji, biscotti alla farina di riso e i börek, fagottini turchi o fagottini di pasta sfoglia al formaggio. Vi starete domandando cosa c’entrano l’archeologia e la storia con la cucina? Beh, sembra che siano governate dallo stesso relativismo culturale. Ad un certo punto, Frederick, si rende conto che in tanti anni di scavi, ha accumulato prove sufficienti per dimostrare che la civiltà occidentale non è figlia dei Greci e dei Romani, o meglio, non solo; ma che la letteratura, la scienza, la matematica, discendono anche dagli arabi, dai saraceni e dai mori. Non è possibile attribuire la paternità esclusiva ad una di queste antiche civiltà, le prove confutano una tale assolutizzazione e allo stesso tempo testimoniano dell’indiscutibile discendenza della moderna cultura occidentale da ognuna di quelle civiltà.

Allo stesso modo, quando cuciniamo un piatto tipico della nostra tradizione e poi scopriamo che n’esiste un’altra versione, molto simile, ma proveniente da un’altra nazione o regione, sulla base di cosa, possiamo asserire con certezza che siamo noi a detenere la patria potestà di quel piatto? Spesso è impossibile, di conseguenza sarebbe più giusto parlare di reciproca influenza senza cercare di stabilire una precedenza storica assoluta. Gli iraniani mangiano i biscotti al riso accompagnandoli con il tè, tradizione, per noi occidentali, di proprietà britannica, e invece si scopre che nel lontano, e neanche tanto, Medio oriente, si fa lo stesso. Chi lo ha trasmesso a chi? Secondo una visione etnocentrica potremmo affermare gli inglesi, ma come provarlo? I fagottini ripieni turchi richiamano i nostri rustici che ci divertiamo a farcire con ripieni di ogni sorta, come stabilire chi è stato tra noi e i turchi ad avere l’idea per primo?

Si tratta di esempi modesti ma da quando abbiamo cominciato questa bellissima avventura,  ci siamo imbattute in tantissime ricette, appartenenti a differenti tradizioni, che hanno tra di loro numerosi punti in comune, suscitando la nostra sorpresa ma allo stesso tempo una sorta di disorientamento perché ciò che credevamo come “nostro” abbiamo scoperto che lo è un po’ di meno, che bisogna condividerlo.

Fagottini turchi

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Ingredienti

-500g.di pasta sfoglia
-300g.di formaggio fresco di capra
-300g.di funghi porcini
-60g.di burro
-2 tuorli d’uovo
-4 cucchiai di prezzemolo tritato
-1limone

Procedimento

Pulire e lavare i funghi sotto l’acqua corrente, asciugarli, bagnarli con il succo di limone e tritarli finemente.
In un tegame far sciogliere il burro e unire i funghi, cuocere per qualche minuto, salare e lasciar raffreddare.
In una terrina mescolare il formaggio con i tuorli d’uovo, il prezzemolo e i funghi, aggiustare di sale.
Su un tavolo da lavoro stendere la pasta sfoglia e ricavare dei dischi dal diametro di 9 cm circa. Distribuire un po’ del composto su ogni disco, inumidire i bordi e chiuderli formando delle mezze lune.
Spennellare i fagottini con un tuorlo d’uovo e adagiarli su  una teglia. Cuocere in forno preriscaldato a 220°per 25min.c.ca.

Biscotti iraniani

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Ingredienti

-150 gr burro
-150 gr zucchero a velo
-1 uovo + 1 tuorlo
-300 gr farina di riso
-1 cucchiaino di cardamomo

Procedimento

Mescolare il burro ammorbidito con lo zucchero a velo, aggiungere l’uovo e il tuorlo mescolando bene, poi la farina e il cardamomo (va bene anche la scorza grattugiata di un limone o un cucchiaino di zafferano) aiutandovi con le mani.
Lasciate riposare l’impasto per un’ora a temperatura ambiente. Formate quindi delle palline della grandezza di una noce , mettetele su una teglia imburrata o ricoperta con carta forno e appiattitele.

Far cuocere in forno preriscaldato a circa 175 gradi per 7-8 minuti (dipenderà dal vostro forno), fateli leggermente dorare.