La tempesta di ciocchi

La tempesta di ciocchi
La tempesta di ciocchi 5 1 Anonymous

Oggi anziché parlare di un libro, vi proponiamo un inedito che sarete voi a recensire. L’autore, che vuole rimanere anonimo, inaugura una sezione di inediti che speriamo possa avere lunga vita. Ovviamente non mancherà la cucina e trattandosi di un racconto dalle sfumature fantastiche e vagamente surreali abbiamo pensato che un gustoso presto-fatto possa accompagnarvi nella lettura. Il racconto s’intitola “La tempesta di ciocchi” e ha per protagonista un ragazzo disabile che difenderà a spada tratta il suo cortile dall’invasione di un esercito di ciocchi.

Buona lettura a tutti, fateci sapere cosa ne pensate e se avete qualche racconto nel cassetto tiratelo fuori!

La tempesta di ciocchi

Un rumore forte, fastidioso, inusuale a quell’ora, spinse Giorgio a precipitarsi fuori di casa. Era buio nel cortile.  Un alto muro, spuntato dal nulla, ostruiva il passaggio. Strane forme si proiettavano sul suolo. Poi quelle sagome piatte si staccarono dal pavimento, assumendo una posizione verticale.  Ciocchi di legno, di diversa misura, avanzavano saltellando. Un legnoso e sgangherato esercito.  Ad ogni saltello, foglie secche fluttuavano per poi precipitare a terra, polvere marrone rimbalzava tutt’intorno. Spessi cerchi rotolavano finché, dopo svariate giravolte su stessi, non ricadevano mezzi imbambolati. Fasci luminosi illuminavano quel luogo improvvisamente scuro. Al buio brusco e repentino dell’attimo precedente, succedette il giorno con il sole allo zenit. Poi Giorgio alzò lo sguardo e vide lo sgangherato esercito di ciocchi trasformarsi in una disciplinata truppa di soldatini, ammucchiati l’uno sull’altro e allineati ordinatamente. Pronti ad entrare in azione.

 Il vicino di casa stava per invadere il suo cortile e scaricare il carico di legne in corrispondenza della cantina sottostante, Giorgio si piazzò davanti al camion trattore per non farlo passare. I ciocchi capitanati da Mastroceppo, erano immobili, inanimati. Mastro ceppo con il cappellino rosso, la salopette di jeans e la camicia a quadri, scendendo dal camion disse:

«Spostati, non m’inceppare!»

«Non ci penso proprio, nemmeno un ciocco calpesterà il mio terreno!»

«Per mille ceppi, accidenti, ogni volta, ogni volta è sempre la stessa storia. Puntualmente le assurde lamentele tue e di tuo padre mi trasformano in un ciocco peregrinante che va elemosinando un luogo di ricovero per i suoi ciocchi».

 «Ma lei lo sa bene Mastroceppo che i ciocchi sfonderebbero la nostra cantina, perché sono troppo pesanti».

«Ma che dici ciocco di un ragazzo, sono leggeri come foglie e se anche dovessero sfondare la vostra cantina, il danno sarebbe per me ed i miei ciocchi non per voi».

Le urla di Giorgio e Mastroceppo attirarono l’attenzione del padre del giovane che uscì di casa mezzo assonnato, con i capelli arruffati, impegnato a chiudersi la cintura del pantalone. «Che sta succedendo qui? Per mille ciocchi, dove sono destinati tutti quei ciocchi? Non me lo faccia dire Mastroceppo, spero che non sia come penso. Ciocco di un vicino, ha trascinato per l’ennesima volta le sue ciocchissime legne, qua, davanti casa mia. Ah, ciocco di un vicino, ciocco di un vicino, ciocco di un vicino!» Il tono era crescente.

«Anche il padre adesso, non ci voleva davvero! Senta, io ho lavorato sodo un’intera settimana, andando alla ricerca dei migliori ciocchi sulla piazza, adesso li devo assolutamente sistemare e non è possibile che ogni volta, a pochi metri dalla mia cantina, a pochi metri, si blocca tutto e comincia questa commedia».

Giorgio,ancora fermo immobile davanti al camion trattore, vide i ciocchi animarsi di nuovo e avanzare solennemente. A pochi metri dal garage, si divisero disponendosi in due file laterali , l’una di fronte all’altra. Da dietro al camion trattore sbucò una donna piccola e in carne. Si diresse verso Giorgio che farfugliava parole incomprensibili, come sé tutta la rabbia che provava in quel momento, gli facesse parlare una lingua sconosciuta, non solo agli altri ma anche a lui.  Una specie di spirito magico si era impadronito del ragazzo.  Quando la donna si avvicinò e cominciò a parlargli, Giorgio ebbe paura e pensò di scappare. I ciocchi disposti lateralmente presero a rincorrerlo, ci fu un rumore assordante, all’improvviso le case iniziarono a tremare. Gli abitanti del paese, impauriti, si affacciarono per vedere cosa stesse succedendo. Credevano che una calamità naturale si stesse abbattendo sul loro villaggio. Quando aprirono le ante e le porte delle loro case, era tutto buio, vortici di foglie e terra volteggiavano, aumentando man mano che l’esercito di ciocchi si allontanava rincorrendo Giorgio. Accorsero tutti fuori. Si domandavano l’un l’altro cosa stesse succedendo. Intanto allo scalpiccio dei ciocchi si era sostituito il rombo fragoroso del camion trattore, intorno a cui continuavano a roteare vortici di foglie e terra. I capelli, le gonne, gli scialli, i cappelli degli abitanti accorsi, volavano via. Tutti cercavano riparo e strizzavano gli occhi. Intanto Giorgio continuava a correre, quella forza magica lo guidava dandogli un sconosciuto vigore alle sue gambe. Poi cadde, battendo la faccia per terra, perse per qualche secondo i sensi e quando riaprì gli occhi, i ciocchi lo avevano circondato e lo fissavano minacciosamente. A quel punto si sentì braccato. La donna ricomparve. Giorgio, preso dal panico, vedeva in maniera distorta le figure davanti a lui, che si sdoppiavano e si confondevano.  Una mano che stringeva un ciocco sembrava che stesse per colpirlo, allora quella forza arcana e sconosciuta che lo aveva guidato fin lì, si diffuse in tutto il corpo, irrorando un’energia sconvolgente che gli permise di scaraventare i ciocchi e la signora al suolo, riportandoli poi al punto di partenza, vicino al camion trattore. I ciocchi rimbalzando per terra si divisero in mille pezzi, schegge vagavano nell’aria, scatenando una bufera di frammenti legnosi, taglienti e appuntiti.

Ognuno correva dirigendosi verso la propria abitazione, coprendosi il volto con le braccia, nel giro di pochi secondi non c’era più nessuno, tranne le parti in causa.  Intanto la tempesta s’infittiva, un urlo poi catalizzò l’attenzione dei presenti su un corpo steso per terra, una scheggia aveva colpito la donna ad un braccio, facendola cadere a terra. Tentava di rialzarsi, ma il vento forte la respingeva in dietro. Una voce poi, proveniente da qualcuno che era appena giunto, disse:

«Oh mio Dio guarda cosa hai combinato». La tempesta si fermò, tutte le schegge impazzite ricaddero per terra. Il buio cominciò ad attenuarsi. Giorgio, spaventato, si difendeva:

«Non volevo, io non ho fatto niente. Ho avuto paura, ho visto papà in pericolo, il pavimento davanti casa tremava, credevo crollasse, Mastroceppo continuava ad urlare. Non lo so poi cosa è successo, la moglie di Mastroceppo mi è venuta incontro, i ceppi hanno cominciato a rincorrermi, poi di nuovo la donna di Mastroceppo che voleva percuotermi, non lo so, non lo so, non lo so». Si sciolse così in un pianto liberatorio.

Lampi blu s’intravedevano all’orizzonte, striduli suoni scuotevano la ritrovata tranquillità del paese, la gente  accorse nuovamente fuori per vedere cosa stesse succedendo. L’ambulanza ed i carabinieri erano arrivati.

Intanto la moglie di Mastroceppo si era rialzata, sembrava stesse bene, tranne qualche graffio sulle braccia, salì comunque sull’autoambulanza che ripartì con molta più rilassatezza rispetto all’ansia dell’andata. Alcuni abitanti del paese, nel frattempo, si erano avvicinati a Giorgio, forse scossi dalla presunta emergenza:

«Giorgetto non mi sei proprio piaciuto, non si fanno certe cose, tu sei un bravo ragazzo, lo so, ma oggi non mi sei proprio piaciuto».

«Ma io non ho fatto niente, io non l’ho proprio toccata la moglie di Mastroceppo. Io Sono stato in pericolo, li avete visti i ciocchi che m’inseguivano?»

«Ma che vai blaterando, tu sei un pazzo, i ciocchi come potevano mai inseguirti. Per mille ceppi, sono pezzi di legno! Sciocco!»

«Ma voi non sapete, i ceppi scesi dal camion trattore, prima si sono schierati in due file, l’una di fronte all’altra, poi dopo l’arrivo della Signora Mastroceppo, hanno cominciato a rincorrermi.»

«Questo è un matto, non sa quello dice, ha le allucinazioni, tu hai preso un ciocco e lo hai tirato in faccia alla donna, ti abbiamo visto tutti».

«Non è vero, io ho avuto paura, ero arrabbiato e sono scappato via, perché so che quando m’innervosisco è meglio che mi allontano».

«Devi pagare per quello che hai fatto, hai visto come hai ridotto mia moglie, cosa le hai fatto, chissà se si riprenderà mai dal trauma subito. Stanne certo che denuncio sia te sia la tua famiglia, voi siete persone che meritano di stare in carcere, non in libertà. Incivili, selvaggi, criminali». Urlava disperato Mastroceppo.

Un coro di voci, dal tono severo e crescente, faceva eco a Mastroceppo:

«Un tempo, questo era il paese della convivenza pacifica, ciascuno stava nel proprio senza invadere il terreno altrui, ci si sorrideva, si scambiava qualche parola, ci si riuniva nella piazza. Esistevano ideali cancelli che nessuno osava scavalcare».

«Ma io non ho fatto niente, signor sindaco, carabinieri, io non ho fatto niente, sono un bravo ragazzo. I ciocchi mi ricorrevano, ho avuto paura, poi la moglie di Mastroceppo si è avvicinata, voleva tirarmi un ciocco, ero spaventato, ma lo giuro non ho fatto niente».

«Un corno, non hai fatto niente!? Pazzo, allucinato, ci mancava poco che non uccidessi mia moglie! E ci sono un migliaio di testimoni che deporrebbero per noi!»

«Ma io non ho fatto niente, ho avuto paura, ho avuto paura, però giuro non ho fatto niente, io non faccio male a nessuno, mai. Sua moglie, Mastroceppo, mi ha aggredito, voleva colpirmi con un ciocco!»

«Ripeti un po’ se hai il coraggio! Come osi dire che mia moglie voleva colpirti, forse il contrario, voleva sapere come stavi, provare a tranquillizzarti, e invece, tu le hai fatto del male, pazzo, matto, allucinato!».

Il coro intervenne ancora una volta:

«Un tempo, questo era il paese della convivenza pacifica, ciascuno stava nel proprio senza invadere il terreno altrui, ci si sorrideva, si scambiava qualche parola, ci si riuniva nella piazza. Esistevano ideali cancelli che nessuno osava scavalcare.»

«Giorgio, tu lo sai, io sono tuo amico, ti voglio bene, ma Mastroceppo ha ragione, tu hai frainteso le intenzioni di sua moglie, aggredendola gratuitamente. Lei voleva sapere come stavi, calmarti. Sappiate però, poiché si è parlato di deposizioni, testimonianze che io non interverrò a favore di nessuno, non voglio essere messo in mezzo». Asserì uno dei presenti.

«Il paese ti vuole bene, ti ha sempre voluto bene, ma queste cose non si fanno, oggi non mi sei proprio piaciuto Giorgio». Ripeté il sindaco.

«Un tempo, questo era il paese della convivenza pacifica, ciascuno stava nel proprio senza invadere il terreno altrui, ci si sorrideva, si scambiava qualche parola, ci si riuniva nella piazza. Esistevano ideali cancelli che nessuno osava scavalcare».

Da un lato il coro del paese, in preda al rimpianto, dall’altro alcuni degli abitanti che continuavano ad inveire contro Giorgio. Era di nuovo braccato. Quella forza sconosciuta si ripresentò. Le schegge dei ciocchi ricominciarono a volteggiare nell’aria in vortici tempestosi. Uno di quelli poi avvolse Giorgio e lo sollevò trasportandolo lontano. Scomparve. Allo stesso tempo le schegge dei ciocchi si frantumarono in pezzi ancora più piccoli, un vento forte li agitava, spingendoli all’impazzata in tutte le direzioni. Una vera e propria tempesta di schegge si era scatenata e diventava sempre più intensa, fino a quando non cominciò a convergere tutta nel cortile della casa del Signor Mastroceppo, che fu letteralmente coperta da un muro altissimo di schegge, sotto il cui peso il pavimento cominciò irreversibilmente a cedere; crepe sempre più nette e scure, annunciavano lacerazioni profonde che si allargavano sempre di più risucchiando tutto ciò che era in superficie. Il muro di schegge poi all’improvviso crollò, come se tutto il suo peso si fosse dissolto nel nulla, ricadde a terra con la leggerezza di un mucchio di foglie secche. Ma la sua caduta rivelò una sconcertante realtà: la casa dei signori Mastroceppo era scomparsa, come rapita dal nulla. Quando i suoi proprietari accorsero, urla e invettive volavano contro i loro vicini.

E così in un giorno solo, una persona e una casa erano scomparsi, sotto la tempesta di schegge di ciocchi animati da una forza di origine sconosciuta.

Presto fatto della mamma

 20131119_193520_resized  20131119_193844_1_resized_1

Ingredienti

 

– 3 uova

 – 1 bicchiere e mezzo di zucchero

 – 3 bicchieri di farina

 – 1 bicchiere di latte

 – 1 bicchiere di olio di semi

 – 1 bustina di lievito

 – 1 bustina di vanillina

Procedimento

In una ciotola mettere le uova e lo zucchero e con una frusta mescolare energicamente fino a che il composto risulta spumoso, aggiungere poco alla volta la farina e continuare a  mescolare.

Successivamente aggiungere i bicchieri di latte e olio.

Aggiungere il lievito e la vanillina, amalgamare il tutto e trasferirlo in uno stampo per torte o ciambelle, precedentemente imburrato e infarinato.

Cuocere in forno statico a 180°per 35/40 minuti.

Una volta cotta, lasciare la torta raffreddare e farcirla a proprio gusto oppure spolverizzarla con dello zucchero a velo