Gli invisibili

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Gli invisibili 5 1 Anonymous
Charles Bukowski

Charles Bukowski

«Harry hai bisogno di un lavoro ?» «Non lo so ci devo pensare.» «Guarda basta che tu regga le scale. Ci serve un addetto alla scala. La paga non è buona come andare su, ma qualcosa comunque lo prendi.» Monk lo stava prendendo in giro. Pensava che Harry fosse troppo partito per rendersene conto. «Beh Monk dammi un po’ di tempo per pensarci sopra. […]senti basta solo che tu pensi a reggere la scala e la tieni ferma. Non è mica tanto dura, no?»

Questo esilarante dialogo di cui sono protagonisti Harry e Monk nel racconto di Charles Bukowski, Vita da barbone, presente nella raccolta Niente canzoni d’amore (1992), descrive molto bene il dialogo che intercorre attualmente nella società tra il mondo del lavoro ed i giovani che ne sono alla ricerca o hanno smesso di farlo. Quando incontro i miei coetanei, quasi trentenni come me, alla domanda che lavora fai, capita sempre meno spesso di sentir dire faccio l’insegnante, il dottore, l’idraulico, insomma una qualsiasi professione di facile definizione e con chiaro riferimento ad un determinata attività. Invece, sempre più spesso, capita di sentirsi rispondere con nomi che non rimandano subito all’immagine di un lavoro ben preciso, tant’è che in automatico segue una breve parafrasi che chiarisce di che cosa si tratta. Ma anche a quel punto, sebbene sia chiaro il significato, risulta sempre più sbiadita l’immagine del lavoro svolto dall’amico. Si fa tutto e niente, manca l’azione principale che dovrebbe rappresentare il mezzo attraverso il quale raggiungere determinati scopi che andranno poi ad incidere sulla società o una parte di essa. Il dottore cura il paziente oppure fa ricerca per trovare la cura di una malattia, l’idraulico ripara il tubo che si è rotto non facendolo più gocciolare, l’insegnante trasmette le sue conoscenze agli alunni, il muratore costruisce una casa dove qualcuno andrà ad abitare. Chi svolge questi lavori sa bene cosa fare quando la mattina si reca sul cosiddetto posto di lavoro. In altri casi, invece, sebbene si sappia dove andare, quando si arriva non si sa sempre cosa fare: si mandano e-mail, si collabora alla creazione di un sito web, si aggiusta un computer, si redigono relazioni, si cura l’immagine pubblicitaria dell’azienda, insomma si regge la scala a qualcun altro che è sopra a pulire le finestre. Indefinitezza che è accresciuta, molto spesso, dall’assenza degli strumenti necessari per espletare al meglio le molteplici mansioni. Una sorta di palliativo affinché si possa dire che si lavora e si guadagna qualcosa. Se nel dialogo tra Harry e Monk, l’immagine utilizzata da quest’ultimo è un paradosso per deridere Harry che è uno scansafatiche, nel mondo del lavoro attuale quell’immagine è la prassi quotidiana, sebbene non siamo degli scansafatiche. Normalmente siamo derisi, presi in giro, senza opporre alcuna difesa. Se Harry rifiuta la pseudo offerta di lavoro di Monk, noi, invece, pur di non sentirci degli inerti acconsentiamo a mantenere la scala finendo per diventare molto più comici di Harry e Monk. Mantenere la scala, infatti, ci rende visibili agli occhi della società, rispetto alla quale saremmo altrimenti del tutto impercettibili. Siamo, noi della generazione dei trentenni di oggi, intrappolati in una grande bo(a)lla, il cui gas è come un allucinogeno il cui effetto è far credere che “mantenere la scala”, in quanto metafora del nulla, sia un lavoro. L’importante è che si lavori, cosa si faccia, i risultati produttivi, la competenza, si sono dissolti nel grande urto con la massa di incapaci e affabulatori di vecchia data che da anni occupano posti di lavoro abusivamente e che giustificano la propria frode predicando di un nuovo mercato del lavoro con moderne figure, una maggiore flessibilità, “invitando” i giovani ad adattarsi e a saper fare tutto, dato che potrebbe capitarti che ti offrano un lavoro in cui devi coniugare le attività tra loro le più disparate; tutto questo, dopo che per anni ci hanno convinti che lo studio e determinate professioni fossero le sole strade per un splendido avvenire. Io credo, che tra qualche anno, i personaggi invisibili di Niente canzoni d’amore (barboni, operai, scrittori, sportivi,) tutti falliti sia chiaro, diventeranno visibili agli occhi della società, finalmente, perché saranno la società. Una società prevalentemente di poveri, inerti, falliti che hanno riversato tutte le energie nella realizzazione di professioni che sono per pochi, allora sì che finalmente saremo visibili ma sempre e solo a noi stessi e a quelli come noi.

Biografia di Charles Bukowski 

Fonte: http://biografieonline.it/