Finchè morte non li unisca, quando a dividere è una forma

Finchè morte non li unisca, quando a dividere è una forma
Finchè morte non li unisca, quando a dividere è una forma 5 1 Anonymous

deledda

La tragica fine della storia d’amore tra Marianna Sirca, nell’omonimo romanzo di Grazia Deledda del 1915, e il bandito Simone, sarà sancita da una parola, un aggettivo: «vile». Sarà questo il commento conciso, mirato, sintatticamente grezzo ma semanticamente calcolato, con precisione quasi matematica, che Marianna rivolgerà nei confronti di Simone quando il suo compagno Costantino l’avvertirà che il giovane non ha più intenzione di sposarla, anzi ha deciso di troncare ogni relazione. Aggettivo che determinerà il ritorno di Simone da Marianna a cui domanderà attraverso una convulsa anafora: «Rispondi! Perché hai detto che sono un vile?[…]Marianna? Marianna? Rispondimi, Marianna![…] Marianna, rispondimi![…] Ma no; tu taci, tu non rispondi». Cosa si cela di tanto orribile, diffamante, vergognoso, dietro una parola morfologicamente breve? Si nasconde qualcosa di più forte ancora dell’amore, che ha rappresentato nella storia della letteratura motivo di vita o di morte: l’onore. Una parola sarà la causa del conflitto tra Don Diego e il Conte, rispettivamente padri di Rodrigo e di Chimène, ne Il Cid di Corneille, causando le pene amorose dei due amanti costretti ad essere rivali e rinunciare al loro amore, pur di salvaguardare la reputazione dei relativi casati. Già, perché in Marianna Sirca e ne Il Cid, la gravità della parola pronunciata è determinata dalle conseguenze che essa scatena e che non è possibile riparare. Marianna oltre ad accusare Simone di viltà, gli ribadirà la sua condizione di povertà in contrasto con la ricchezza che le appartiene, confermando quella differenza sociale che da subito ha compromesso il loro rapporto. Ne Il Cid, come in Marianna Sirca, viene fuori con tutta la sua forza quanto la definizione del nostro status sociale ci condizioni e ci confonda, non riuscendo più a distinguere tra la nostra essenza che ci appartiene per natura e l’involucro entro il quale, come un bozzo, l’avvolgiamo e che non si schiude mai. Simone identifica la libertà con la decisione di vivere una vita da bandito, lontano dalla morale convenzionale e dalla legalità. Una volta compiuta la sua scelta, non è più potuto tornare in dietro perché è entrato a far parte di un altro contesto sociale che nonostante si proclami una forma di rifiuto contro la società istituzionalizzata, racchiude al suo interno un insieme di norme che per quanto si distanzino da quelle consuetudinarie, conducono allo stesso risultato: l’ingabbiamento in un ruolo la cui immagine esige di essere difesa e onorata. Insomma cambiano le norme morali, le leggi, ma il meccanismo è sempre lo stesso, con il medesimo fine: acquisire una definizione, dire io sono tal dei tali, mostrare di fare questo o quello. Nonostante Simone ribadisca, nel corso di tutto il romanzo, che lui e Marianna vivono la stessa condizione di prigionia e servitù, perché Marianna deve la sua grande ricchezza alle cure prestate allo zio prete negli anni della malattia rinunciando alla sua giovinezza, in realtà una differenza fondamentale si frappone tra i due. Marianna una definizione sociale l’ha sempre avuta, è nata ricca possidente, ed ora vorrebbe invece mutare la sua situazione, diventando la protagonista di un nuovo processo identitario in cui non ha paura di compromettere il suo status, accompagnandosi ad un ex servo. Simone, invece, un’appartenenza sociale ben definita non l’ha mai conosciuta, da sempre immerso in una realtà di assoluta povertà. Il suo è un percorso contrario a quello di Marianna, alla ricerca di uno status, che se in un primo momento crede di averlo trovato nella giovane, poi si concretizza nell’adesione ad un gruppo criminale; ma finalmente di lui si può dare una definizione, non è più un individuo privo di contorni, dalla figura sbiadita, diafano agli occhi della società. Malgrado nel male, ora è Simone il bandito, ha colmato quel vuoto d’identità. Come potevano mai incontrarsi se l’una era impegnata in un processo di demolizione della forma e l’altro invece combatteva strenuamente per ottenerla? Non a caso Il titolo del romanzo non è Marianna Sirca ed il bandito Simone, ma semplicemente Marianna Sirca come a ribadire che Marianna prima ancora del suo amore per Simone, è alla ricerca del suo spazio, dove affermare se stessa a cui solo appartiene. Al contrario, Simone, è accompagnato dall’apposizione il bandito, che rafforza la sua aspirazione ad avere un ruolo, un’immagine da proporre, una reputazione da difendere. Si badi bene però che la rinuncia di Marianna non corrisponde alla volontà di diventare una bandita, anzi, condizione necessaria, affinché tale unione si realizzi, è la consegna di Simone alla legge perché si costituisca e si purifichi dal male. Queste due inconciliabili ambizioni non possono che causare l’incapacità degli amanti a stare insieme. Il loro è un amore che si consuma nell’assenza, privo di ogni passione, attrazione fisica, che trova la sua ragione d’essere nell’attesa, per poi sublimarsi nella morte. È piuttosto l’ipotesi di un amore, che si accontenta di pochi ed intensi attimi, la cui magia è solo all’inizio, quando la diversità li affascina e li attrae illudendoli che sia sormontabile; l’assenza, intervenuta per prolungare l’illusione, quando si tramuta in presenza e quindi vicinanza non fa che sottolineare la diversità, che perde fascino e diventa un ostacolo insormontabile nel coronamento di quest’amore, di cui sembra quasi messa in dubbio la veridicità. Ecco allora che l’assenza si rinnova salvando l’amore, fino all’assenza definitiva, finale: la morte che garantirà l’eternità della loro unione.

Un ruolo sociale prima, una parola poi e la forma nelle sua molteplici e innumerevoli declinazioni decide e stabilisce il corso degli eventi umani.

ACQUA, FARINA E FORMAGGIO: LA SCELTA PRIMORDIALE DELLA CUCINA SARDA

Marianna Sirca è un romanzo ricco di riferimenti culinari che si manifestano nei pochi e primordiali elementi di una cucina sfrontatamente ed orgogliosamente sarda. Sembra che il cibo, nel romanzo della Deledda, sia il simbolo della salvaguardia di un’ancestralità che l’ha lasciata indifferente alle richieste di cambiamento del tempo. Tutto si presenta nella sua essenzialità, privo di ogni elaborazione: «Quando la cena fu pronta ella sedette in mezzo agli uomini intorno al desco imbandito per terra davanti alla porta spalancata. Il desco era una lastra di sughero, una intera scorza spaccata e spianata di un albero, e anche i vassoi e i recipienti erano di sughero e le tazze di corno incise dai pastori;[…]». Il formaggio, l’acqua, la carne e la farina sono i quattro elementi primordiali alla base di piatti poco elaborati. Dall’unione di acqua e farina nascono i famosi gnocchetti sardi, malloreddus in lingua sarda, che nel romanzo Fuga in Egitto diventano i protagonisti di un’ampia pagina culinaria in cui ancora una volta la Deledda attraverso una metafora in cui l’acqua e la terra, sottoforma di farina, si combattono, ribadisce con ardore il richiamo alla primordialità: «Rimessa l’acqua a bollire, il maestro tirò giù l’asse grande per la pasta, pulita e quasi vergine nella sua nudità di legno bianco; e ricordando i gesti delle donne quando eseguiscono queste faccende, vi versò una piccola montagna di farina in mezzo alla quale fece col dito un buco come il cratere di un vulcano. Un vulcano parve davvero, la piccola montagna, quando egli versò nel buco l’acqua bollente: si sollevò il fumo, il cumulo franò, ed egli vi immerse le mani come a volerlo sostenere e ricostruire».

Gli gnocchetti sardi ci hanno fatto pensare ai nostri cecatielli, preparati con acqua e farina e conditi con ragù di salsiccia e ricotta; a differenza della pasta sarda, sono lisci, senza rigature. Come dolce, invece, abbiamo pensato ai panzerotti, fagottini ripieni di ricotta e bagnati nello zucchero, che richiamano un’altra ricetta tipica della cucina sarda le Seadas. Piatto a base di formaggio, è molto probabilmente originario delle aree con una prevalente attività pastorale. Gli ingredienti principali sono la farina, il Pischedda che è un formaggio acido, il miele o lo zucchero.

I panzerotti dalle nostre parti sono associati al Carnevale, periodo in cui vengono preparati. Ma data la loro bontà, numerosi strappi alla regola sono previsti durante l’anno.

Per la serie, bisognerebbe tornare alle origini.

CECATIELLI AL RAGÙ DI SALSICCIA

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CECATIELLI AL RAGÙ DI SALSICCIA (ingr.x4):

Per la pasta:

-500gr di farina

-acqua tiepida

-sale q.b

Per il ragù:

-3 salsicce

-un barattolo di pelati

-passata di pomodoro

-cipolla

-olio evo

-sale

-200gr di ricotta

Sul tavolo da lavoro disporre la farina a fontana, aggiungere l’acqua e un po’ di sale, lavorare fino ad ottenere un impasto sodo e liscio. Se necessario, aggiungere altra acqua. Lasciare che l’impasto riposi per qualche minuto.

Nel frattempo, in una padella capiente, mettere a soffriggere l’olio e la cipolla tagliata sottile, unire le salsicce sbriciolate e far cuocere a fiamma media fin quando le salsicce non si dorano.

In un piatto schiacciare i pelati e unirli alla la carne, dopo qualche minuto aggiungere anche la passata e quando il sugo comincia a bollire coprire con un coperchio e lasciar cuocere a fiamma bassa.

A questo punto riprendere l’impasto e ricavare delle fette non troppo doppie, lavorarle cercando di ottenere delle bande sottili da tagliare a pezzettini; con il pollice schiacciare delicatamente i pezzettini cercando di ricavare delle conchigliette. Di tanto in tanto, spolverizzarli con la farina affinché non si attacchino tra loro.

In una pentola portare l’acqua ad ebollizione, versarvi un filo d’olio evo (per non far attaccare la pasta) e un pugnetto di sale, versare i cecatielli, coprire e aspettare che salgano a galla. A questo punto togliere il coperchio, far bollire ancora per qualche istante e scolare.

In una terrina condire i cecatielli con il ragù e la la ricotta, amalgamare bene e procedere con l’impiattamento. Per coloro che non preferiscono la ricotta, possono condire i cecatielli solo con il ragù.

PANZEROTTI

panzerotti con lanterna  panzerotti soli

PANZEROTTI:

Per l’impasto:

-500gr di farina

-100gr di zucchero

-150gr di burro morbido

-2 uova

-un bicchiere di latte

-olio di semi

-zucchero per guarnire

Per il ripieno:

-500gr di ricotta

-100gr di zucchero

-2 uova

-un cucchiaino di liquore Strega

Sul tavolo da lavoro disporre la farina a fontana e versare lo zucchero, il burro ammorbidito e fatto a pezzetti, le uova, il latte e il liquore, impastare fino ad ottenere un impasto morbido e liscio e lasciarlo riposare per una mezz’ora.

In una ciotola preparare la farcia mescolando la ricotta con le uova, lo zucchero e il liquore.

Trascorsa mezz’ora, riprendere l’impasto e su una spianatoia stenderlo fino a ricavare una sfoglia non troppo sottile e creare delle mezze lune da riempire con la farcia.

Friggere in olio ben caldo.

Una volta cotti, ancora caldi, bagnare i panzerotti nello zucchero.